Il Leone, Benetton, eredi Del Vecchio: il Nordest al centro del grande risiko

Patrimoni familiari, fondazioni e partecipazioni incrociate: tutti i protagonisti che decideranno l’esito della partita. Così possono cambiare gli equilibri del gruppo assicurativo

Giorgio Barbieri
Francesco Milleri, presidente di Delfin
Francesco Milleri, presidente di Delfin

 

Il Nordest sempre più crocevia del nuovo capitolo del risiko bancario che si sta svolgendo sull’asse Siena-Milano. Non soltanto perché coinvolge istituti storicamente radicati nel territorio, da Monte dei Paschi a Bpm, ma perché nella rete di partecipazioni che tiene insieme banche, assicurazioni e grandi patrimoni privati compaiono molti dei protagonisti dell’economia del Nordest: dagli eredi di Leonardo Del Vecchio, attraverso Delfin, alla galassia Benetton tramite Edizione. Ma è soprattutto Generali uno degli snodi decisivi del nuovo riassetto destinato a modificare nel profondo la finanza italiana.

La posta in gioco

Sul tavolo c’è ora la doppia operazione orchestrata da Luigi Lovaglio per liberarsi dalla presa che Intesa Sanpaolo sta stringendo su Rocca Salimbeni: Banco Bpm e Banca Generali. Un progetto che, se realizzato, metterebbe insieme tre società con una capitalizzazione aggregata vicina ai 70 miliardi di euro e che costituirebbe un terzo polo chiamato a confrontarsi proprio con l’istituto guidato da Carlo Messina e UniCredit. Ma avrebbe anche un effetto collaterale di enorme portata: ridisegnare gli equilibri azionari del Leone di Trieste, che detiene il 51% di Banca Generali. L’assetto proprietario del colosso assicurativo è infatti tutt’altro che stabilizzato. La partecipazione storicamente riconducibile a Mediobanca fa ora capo a Mps, che ha bisogno di munizioni nello scontro con Intesa e potrebbe quindi decidere di cederla, in parte, una volta completata la fusione con Piazzetta Cuccia. Il destino di quel 13,3% diventa così una delle variabili centrali non soltanto del risiko bancario, ma anche della futura governance del gruppo triestino.

I protagonisti

Dietro Mps, tra i maggiori azionisti di Generali, c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio guidata da Francesco Milleri, con poco più del 10%. Questa giocherà un ruolo decisivo per definire l’esito del piano di Lovaglio, che in primavera è riuscito a ribaltare i pronostici sconfiggendo in assemblea la lista del Cda con un ritorno al vertice proprio grazie ai voti determinanti di Delfin, primo azionista di Mps con il 17%, e di Banco Bpm oltre che dei fondi internazionali. È quindi difficile, se non impossibile, che il piano di Lovaglio vada in porto senza l’appoggio di Delfin, da quattro anni al centro dello scontro tra gli otto eredi Del Vecchio e ora penalizzata dalle difficoltà attraversate in Borsa dalla capofila industriale EssilorLuxottica. C’è poi UniCredit, che possiede l’8,8% di Generali, le cui intenzioni sulla partecipazione restano ancora tutte da decifrare. Seguono quindi i Benetton con il 4,91% e Intesa Sanpaolo con poco più del 3%. La famiglia di Ponzano è poi presente su un altro fronte, dato che compare anche nell’azionariato di Mps-Mediobanca, dove la quota indicata è attorno dell’1,4%. Non abbastanza per determinare autonomamente gli equilibri, ma sufficiente per giocare un ruolo decisivo nella partita.

Il fronte bancario

L’altro fronte è Banco Bpm. Qui il baricentro azionario è rappresentato dalla francese Crédit Agricole con il 29,3%. Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna è uno dei due obiettivi individuati dal progetto di Mps e conserva un forte radicamento nel Nordest, soprattutto per l’eredità della Banca Popolare di Verona. Un’eventuale aggregazione con Siena, che ha in pancia gli sportelli dell’ex Antonveneta, cambierebbe quindi anche la geografia bancaria del Veneto. E nell’azionariato di Intesa, che ha lanciato l’offerta su Mps, figura Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con l’1,83%, accanto ai grandi soci di origine bancaria come Compagnia di San Paolo al 6,6% e Cariplo al 5,5%. Cariparo rappresenta un altro tassello veneto della partita, questa volta dalla parte del gruppo che punta direttamente alla conquista di Siena. Ne esce una mappa nella quale il Nordest però non dispone più di un grande polo bancario autonomo paragonabile a quelli espressi in passato, ma continua ad avere un peso rilevante attraverso grandi patrimoni familiari, fondazioni, partecipazioni finanziarie e soprattutto Generali. Trieste diventa così il luogo nel quale risiko bancario e risiko assicurativo finiscono per sovrapporsi.

Il futuro del Leone

Ed è proprio la quota del Leone oggi controllata da Mps attraverso Mediobanca a poter mettere in movimento l’intero sistema. Se Siena la utilizzasse per finanziare o costruire l’operazione Banca Generali, cambierebbero contemporaneamente gli equilibri di Mps, della banca del Leone e della stessa Generali. Se invece quella partecipazione venisse ceduta sul mercato o a uno degli attuali soci, si aprirebbe una nuova partita per il controllo del gruppo assicurativo.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est