Delfin tra Mps e Intesa: è l’arbitro del risiko
La holding deve decidere tra rendimenti più prevedibili e minore peso

Nelle prossime settimane entrerà nel vivo una nuova fase del risiko bancario italiano e gli occhi saranno puntati su Delfin, azionista di Mps e arbitro importante della sfida tra l’Opas di Intesa Sanpaolo e il progetto alternativo di Siena su Banco Bpm e Banca Generali. Una partita che arriva mentre tra gli otto soci della holding degli eredi Del Vecchio persistono profonde divergenze a quattro anni dalla morte del fondatore di Luxottica.
A Cernobbio, Leonardo Maria Del Vecchio ha chiarito che la scelta non potrà essere affidata ai singoli manager. «Credo che tutti i soci di Delfin ragioneranno per identificare la migliore offerta economica e la migliore prospettiva per il futuro», ha spiegato, aggiungendo che il dossier non è ancora stato sottoposto agli azionisti («Non ce l'hanno ancora chiesto, spero che ce lo chiederanno»). E poi: «Se mi si chiede se si debba creare un campione italiano finanziario che vada a competere con le più grandi banche europee? Assolutamente sì».
Parole che non sciolgono il dilemma. Leonardo Maria possiede il 12,5% di Delfin, come i fratelli Claudio, Marisa, Paola, Luca e Clemente, la vedova Nicoletta Zampillo e il figlio di quest’ultima Rocco Basilico. La holding detiene, oltre al 32% di EssilorLuxottica, circa il 10% di Generali, il 17,5% di Mps, il 2,7% di UniCredit e il 28% di Covivio. Il peso di Delfin si è visto ad aprile, quando nell’assemblea Mps la lista del cda uscente è stata sconfitta da quella capeggiata dall’ex ad Luigi Lovaglio, sostenuta dalla holding. Una scelta che conferma l’approccio pragmatico di Delfin che, pur avendo condiviso in passato le battaglie di Francesco Gaetano Caltagirone, ha mostrato di valutare autonomamente le singole operazioni.
L’adesione all’Opas di Intesa Sanpaolo offre soprattutto visibilità sui rendimenti e minore rischio industriale. Il gruppo guidato da Carlo Messina presenta elevata redditività e capacità distributiva: secondo Equita, il dividend yield è stimato oltre l’8% nei prossimi esercizi. Per Delfin significherebbe trasformare la partecipazione in Mps in un investimento liquido in uno dei maggiori gruppi bancari europei. Il rovescio della medaglia è la perdita di peso. Con il concambio Delfin si ritroverebbe con circa il 2,9% di Intesa, una partecipazione rilevante, ma sensibilmente inferiore rispetto ad altri soci come le fondazioni e i fondi internazionali. Scambierebbe quindi peso nella governance e potenziale di valorizzazione con maggiore solidità e prevedibilità dei ritorni.
L’alternativa è sostenere il progetto di Lovaglio. Se le operazioni riuscissero, Delfin resterebbe uno degli azionisti di riferimento di un gruppo che unirebbe Mps, Banco Bpm, Banca Generali e Mediobanca, combinando credito commerciale, investment banking, wealth e asset management. A rendere più interessante la proposta contribuisce la distribuzione straordinaria di circa 4 miliardi prevista da Mps prima del regolamento delle offerte, un miliardo in contanti e 3 miliardi in azioni Generali. Delfin riceverebbe così poco meno dell’1% del Leone, portando la partecipazione a un passo dall’11%, diventandone il primo azionista diretto, proprio davanti a Siena, che perderebbe il primato ereditato con l’acquisizione di Mediobanca proprio a valle della distribuzione. Il piano Mps indica inoltre 2,6 miliardi di sinergie complessive e 19 miliardi di dividendi tra il 2026 e il 2030. Di contro, il progetto presenta rischi di esecuzione superiori. Mps dovrebbe integrare contemporaneamente realtà con modelli di business e culture differenti, dopo avere già acquisito Mediobanca. E prima ancora deve convincere gli azionisti delle società target, in particolare Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm, e Generali, che controlla Banca Generali.
Dunque, con Intesa Delfin avrebbe una quota più piccola in un gruppo più grande e redditizio, riducendo il rischio ma anche la capacità di incidere. Con Mps manterrebbe un ruolo da azionista forte e un maggiore potenziale di creazione di valore, oltre a rafforzarsi a Trieste, assumendosi però i rischi di un’integrazione più complessa. È questo equilibrio tra rendimento, rischio e influenza a rendere tutt’altro che scontata la scelta.
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