Leonardo Maria Del Vecchio
Leonardo Maria Del Vecchio

Delfin, la mossa di Del Vecchio per superare lo stallo: «Ora sono libero da vincoli»

La cassaforte di famiglia: le partecipazioni in Mps, Generali e UniCredit valgono 17 miliardi e sfiorano il 40 per cento degli asset

Luigi Dell'Olio

L’addio di Leonardo Maria Del Vecchio alle cariche operative in EssilorLuxottica rafforza la posizione dell’Ad Francesco Milleri, ma non è chiaro quale impatto potrà avere sulla holding di controllo Delfin, di cui lo stesso Milleri è presidente. Infatti, a oltre quattro anni dalla morte del capostipite non si è ancora trovata la quadra tra gli otto eredi (i sei figli di Leonardo, la vedova Nicoletta Zampillo e il figlio di quest’ultima Rocco Basilico). Ma secondo fonti vicine a Lmdv Capital «lo stallo sul riassetto di Delfin non può protrarsi a lungo».

Su come uscirne però, hanno precisato le stesse fonti, restano allo studio diverse ipotesi, scenari su cui Leonardo jr lavorerebbe ora «senza più il vincolo di un ruolo operativo in azienda».

La cassaforte

Ma il tempo stringe: con l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps e la risposta di quest’ultima con le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, si sta producendo un rimescolamento nei gangli del potere finanziario, destinato a incidere per molti anni e la holding Delfin ha le carte in regola per uscire ulteriormente rafforzata dalle partite in corso. L’ultima indagine annuale di Milano Finanza ha segnalato un patrimonio complessivo di 44,5 miliardi per gli eredi del fondatore di Luxottica, un valore in calo di sette miliardi rispetto a un anno fa, ma comunque il triplo della seconda in graduatoria, la famiglia Rocca (15,2 miliardi).

Negli ultimi mesi il portafoglio della cassaforte di famiglia, la lussemburghese Delfin, è mutato profondamente, con le partecipazioni nel settore finanziario che hanno quasi raddoppiato la propria incidenza. All’inizio del 2026, il valore della holding, considerando gli asset principali, viaggiava intorno ai 54 miliardi, di cui oltre 40 attribuibili al 32% detenuto in EssilorLuxottica. In pratica l’azienda di Agordo pesava da sola per tre-quarti del valore complessivo, non distante dall’80% che aveva costituito il valore medio negli ultimi anni di vita di Del Vecchio.

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La redazione

Oggi quel modello si è incrinato a causa di una duplice spinta: da un lato la discesa del titolo EssilorLuxottica, quasi il 40% in meno rispetto a fine 2025, tra le difficoltà del settore del lusso e i dubbi del mercato sulla redditività degli smart glasses, in un segmento nel quale si sta intensificando la concorrenza dei big tech; dall’altro la volata dei titoli bancari e assicurativi, sulla scia del risiko in atto.

Fatto sta che attualmente la quota nel gigante dell’occhialeria vale intorno ai 25 miliardi di euro, mentre il pacchetto composto dalle partecipazioni in Monte dei Paschi di Siena (17,5%), Generali (circa il 10%) e UniCredit (2,8%) 17 miliardi. In proporzione significa che la componente industriale vale all’incirca il 57% del totale e quella finanziaria poco meno del 40%, con la quota restante tra Covivio (immobiliare) e liquidità.

Chi comanda

Mentre la struttura patrimoniale di Delfin evolve, la governance continua a rimanere bloccata nel contenzioso ereditario. Un recente approfondimento del Financial Times ha evidenziato come lo stallo e i continui scontri tra i membri della dinastia Del Vecchio non rappresentino soltanto una faida familiare privata, ma proiettino un’ombra di incertezza sull’intero sistema finanziario italiano, considerato che la prosecuzione della paralisi decisionale o una vendita disordinata di pacchetti azionari da parte degli eredi potrebbe incidere sugli equilibri di Mps, Generali e sul risiko bancario nazionale.

La lente resta puntata in particolare sulle mosse di Leonardo Maria Del Vecchio, che ha fin qui tentato senza successo di scalare le posizioni interne alla holding. Il manager ha accarezzato a lungo il progetto di acquistare le quote dei fratelli Luca e Paola per creare un blocco di controllo. L’operazione si è tuttavia arenata soprattutto per le difficoltà nel reperire il finanziamento necessario e per le garanzie aggiuntive richieste dalle banche, in un quadro di crescente tensione tra gli eredi.

Anche tra gli altri rami ereditari le posizioni rimangono divaricate, con alcuni più orientati alla continuità della holding e altri favorevoli a una maggiore autonomia nella gestione del proprio patrimonio.

Il futuro della holding

Per superare l’impasse, il board di Delfin e gli advisor stanno valutando diverse soluzioni di riassetto strutturale: dalla scissione in tante società quanti sono gli eredi, legate da un patto di sindacato vincolante sulla quota in EssilorLuxottica, alla separazione societaria tra patrimonio industriale e finanziario, fino all’uscita progressiva dal capitale dei soci desiderosi di monetizzare, ipotesi che vedrebbe la holding pronta a dismettere o scambiare i pacchetti in Mps e Generali di fronte alle avance dei grandi gruppi bancari interessati al consolidamento.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se la holding familiare saprà rimanere un faro compatto dell’industria e della finanza nazionale o se finirà per frammentarsi in tante tessere individuali.

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