Il duello sulle banche, Bpm non molla su Siena
L’istituto non abbandona il progetto di unione con Mps
Ma il rischio di restare isolato lascia aperti altri scenari,
dal ritorno di UniCredit al rafforzamento di Crédit Agricole

L’offerta da oltre 30 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps rischia di cambiare radicalmente gli equilibri del credito italiano e di lasciare Banco Bpm davanti a un bivio strategico.
Per Piazza Meda, infatti, la partita che si è aperta attorno a Rocca Salimbeni non riguarda soltanto il destino della banca senese, ma soprattutto il proprio futuro industriale in un sistema bancario che si sta rapidamente consolidando attorno a pochi grandi poli.
La proposta di fusione avanzata da Banco Bpm è arrivata appena ventiquattr’ore prima dell’affondo di Carlo Messina. Un progetto che il consiglio di amministrazione di Mps ha comunque iniziato a valutare insieme agli advisor finanziari Ubs e Bank of America e agli studi legali BonelliErede e White & Case.
Parallelamente prosegue anche l’analisi dell’operazione presentata da Intesa Sanpaolo-Unipol, mentre continua senza rallentamenti il percorso di integrazione con Mediobanca già annunciato da Siena.
Per il momento Mps non ha preso posizione. L’amministratore delegato Luigi Lovaglio sembra aver scelto una linea attendista, limitandosi a gestire i dossier più urgenti. Ma è evidente che i rapporti di forza tra i contendenti sono molto diversi. Intesa Sanpaolo dispone di una potenza finanziaria, patrimoniale e industriale che non è paragonabile a quella di Banco Bpm.
Proprio per questo la vera domanda riguarda oggi le possibilità residue del progetto costruito da Giuseppe Castagna. Il piano di Piazza Meda punta formalmente a una fusione alla pari, nonostante Mps abbia ormai raggiunto una capitalizzazione superiore a quella della stessa Banco Bpm. Dopo il balzo registrato in Borsa in seguito all’Opas di Intesa, Siena si avvicina infatti ai 30 miliardi di valore contro i circa 20 miliardi dell’istituto milanese.
L’idea di Castagna resta però quella di costruire un grande gruppo nazionale alternativo ai due campioni italiani, Intesa Sanpaolo e UniCredit. Le sinergie stimate superano il miliardo di euro, di cui oltre 650 milioni legati alla riduzione dei costi e circa 450 milioni derivanti dall’incremento dei ricavi.
Gli analisti di Equita vedono una logica industriale nell’operazione, soprattutto per la complementarità delle reti distributive e delle fabbriche prodotto. Il nuovo gruppo diventerebbe uno dei principali operatori italiani per quote di mercato e assumerebbe una posizione dominante in territori strategici come Veneto, Lombardia e Toscana.
Tuttavia il mercato ritiene inevitabile confrontare questo scenario con l’offerta concorrente di Intesa Sanpaolo. L’operazione proposta da Messina avrebbe infatti dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema bancario italiano, creando il secondo gruppo dell’Eurozona per capitalizzazione e rafforzando ulteriormente il peso di Ca’ de Sass nel risparmio gestito, nell’assicurativo e nel corporate banking.
Eppure Banco Bpm non sembra intenzionata ad arrendersi rapidamente. A differenza di Mps, l’istituto guidato da Castagna non è sottoposto alla cosiddetta “passivity rule”, mentre Rocca Salimbeni dovrebbe convocare un’assemblea straordinaria per compiere operazioni che possano ostacolare il buon esito dell’offerta. È anche per questo che il mercato continua a considerare aperti diversi scenari. Piazza Meda potrebbe tentare di rilanciare sul dossier Mps oppure cercare nuove alleanze per evitare di ritrovarsi isolata in un sistema ormai dominato da giganti sempre più grandi. Per Giuseppe Castagna si tratta probabilmente dell’ultima grande occasione di consolidamento. In questo quadro non può essere escluso neppure un ritorno di UniCredit sul dossier Banco Bpm. E tra i possibili protagonisti resta anche Crédit Agricole. Il gruppo francese è già primo azionista di Banco Bpm con il 22,9% del capitale e dispone dell’autorizzazione della Bce per salire fino al 29,9%. Una posizione che gli consentirebbe di giocare un ruolo importante in qualsiasi futuro riassetto.
Sul fronte politico, intanto, la Lega continua a sostenere la necessità di costruire un grande terzo polo nazionale, ma senza schierarsi apertamente. Matteo Salvini ha ribadito di non voler tifare né per Banco Bpm né per altri istituti, sottolineando piuttosto la necessità di chiedere alle banche un contributo sugli extraprofitti realizzati negli ultimi anni grazie al rialzo dei tassi.
La certezza è che, in ogni caso, il risiko bancario sia entrato nella sua fase decisiva. E che, dopo l’offerta di Intesa su Monte dei Paschi, il futuro di Banco Bpm rappresenti il vero nodo ancora irrisolto del sistema finanziario italiano.
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