Il ticket d’accesso non salva Venezia: serve un limite massimo di ingressi
Il contributo è accettato dai turisti e quindi incapace di contenere una domanda insostenibile. La proposta:una soglia giornaliera che porti in 10 anni a un rientro da 90 mila a 60 mila visitatori. Tariffe trasporti, tassa di soggiorno e regole per i bus non sono serviti

Il lungo weekend pasquale ha visto a Venezia la prima applicazione 2026 del contributo d’accesso imposto ai turisti giornalieri. A Pasqua il contributo d’accesso è stato pagato da circa 13.000 escursionisti: una parte importante, ma sempre solo una parte, dei 38.000 turisti pendolari che, in media, visitano ogni giorno il centro storico di Venezia. Peraltro anche questi solo una parte dei 93.000 turisti che, comprendendo i turisti pernottanti in centro storico (in media 35.000) e nel resto del Comune (media 20.000) visitano ogni giorno Venezia storica, Pasqua o non Pasqua.
L’avvio della terza stagione di sperimentazione del contributo d’accesso ci dice che la macchina organizzativa comunale funziona bene e che i “colpiti” dal contributo lo accettano nella consapevolezza di contribuire al mantenimento del bene culturale/destinazione turistica Venezia. Ci dice anche che il livello di pressione turistica su Venezia storica è nella disponibilità incontrollata della domanda – sono i visitatori con le loro scelte che determinano le presenze turistiche giornaliere – senza limiti capaci di impedire conseguenze negative sulla vivibilità di Venezia storica come città.
La soglia
Conseguenze strutturali queste ultime facilmente intuibili se si pensa che la soglia, oltre la quale le funzioni civiche non turistiche (lavoratori, studenti, utenti delle pubbliche amministrazioni, dei tribunali degli ospedali) oggi esercitate quotidianamente da almeno 115.000 utenti (49.000 residenti ed altri 66.000 utenti) cominciano a deteriorarsi, era stata stimata quarant’anni fa attorno ai 22-25.000 visitatori.
Oggi, tenendo conto delle trasformazioni strutturali ed organizzative intervenute, quella soglia può essere ragionevolmente aggiornata a 50-60.000: un livello di uso turistico che preserva spazi vitali per la residenza e le attività produttive non turistiche.
La consapevolezza che l’aumento della pressione turistica stava producendo effetti indesiderati sul ruolo del centro storico a servizio della più ampia comunità veneziana è stata raggiunta fin dalla metà degli anni Ottanta, di sicuro in occasione del dibattito sulla candidatura di Venezia all’Expo del 2000. Al fenomeno si era pertanto cercato di porre rimedio affidandosi a razionamento di prezzo applicato ai mercati rilevanti (mobilità lagunare, raccolta dei rifiuti, etc.) di volta in volta maggiormente sofferenti.
Overtourism patologia progressiva
Si è così andati dalla differenziazione tariffaria dei trasporti acquei, che fa pagare al visitatore molto più che al residente, alla regolamentazione della fermata dei bus turistici a Piazzale Roma, di fatto una Ztl su gomma, alla tassa di soggiorno, progressivamente aumentata fino a 5 euro a notte (con la possibilità di portarla a 15 euro nel 2026) e da ultimo al contributo d’accesso per i visitatori giornalieri, raddoppiato da 5 a 10 euro nel passaggio dal 2025 al 2026 e applicato su un numero crescente di giornate. Nessuno di questi strumenti ha però funzionato come meccanismo di governo della domanda.
Tutti utili per generare entrate, ancora più utili se destinate a compensare chi sopporta i costi della congestione, ma incapaci di contenere un flusso di domanda alimentato dal reddito di centinaia di milioni di potenziali visitatori in gran parte insensibile ai livelli di prezzo politicamente praticabili.
È così che l’overtourism veneziano in barba ai provvedimenti presi è diventato una patologia progressiva che ha colpito in sequenza tre mercati, e ciascuno a uno stadio che aggravava il precedente. Il primo stadio è quello della mobilità. L’escursionista sul vaporetto, il pedone tra Rialto e San Marco, il pullman a Piazzale Roma spiazzano fisicamente il residente, lo studente, l’avvocato, l’artigiano — costretti a competere per lo stesso spazio acqueo e pedonale con flussi che nei picchi rendono la città impraticabile.
Il mercato immobiliare
Il secondo stadio è quello più silenzioso ma più pericoloso che ha aggredito il mercato immobiliare. In un centro storico dove lo stock edilizio è, proprio perché storico, dato e non espandibile, una domanda d’uso turistico di dimensione globale si accaparra giorno dopo giorno quote crescenti del patrimonio disponibile.
Nessun meccanismo di mercato può impedirlo: è la conseguenza di una domanda illimitata su un’offerta rigida. Che riguarda l’edilizia residenziale (appartamento dopo appartamento che svuota il tessuto residenziale) ma anche quella produttiva (palazzo dopo palazzo che si trasforma in albergo, officina che si trasforma in negozio di souvenir: i soli posti letto alberghieri del centro storico sono raddoppiati dall’inizio del secolo e oggi con 20.000 letti potrebbe far dormire metà dei residenti!).
Ma, non basta, perché vi è anche un terzo, drammatico, stadio. Quando la congestione ha compromesso la mobilità e lo spiazzamento immobiliare ha eroso il tessuto produttivo, viene meno la convenienza stessa a restare. C’è un punto oltre il quale non è più il turismo che spiazza le altre attività, ma le altre attività che abbandonano il campo.
Nel caso veneziano occorre onestamente dire che nel “terzo stadio” l’overtourism completa solo il lavoro prodotto dal fattore che più di ogni altro altera le convenienze localizzative a lavorare o risiedere nella Venezia storica: la cesura lagunare che rende difficile lavorare in laguna e risiedere in terraferma o viceversa.
Serve una soglia giornaliera
Sugli strumenti “probiotici” che possono restituire convenienze localizzative lagunari a imprese e famiglie varrà la pena di ritornare. Qui per restare agli strumenti “antibiotici” necessari per impedire che una domanda mondiale, strutturalmente superiore alla capacità del centro storico, ne trasformi irreversibilmente la natura dobbiamo renderci conto che l’unica via è la fissazione di una soglia giornaliera di presenze vincolante, resa operativa da un sistema di prenotazione obbligatoria.
Il percorso per arrivarci deve essere credibile e immediato: non un obiettivo generico per il futuro, ma un sentiero di rientro decennale con soglie decrescenti applicate da subito. Si parta da un tetto di 90.000 presenze giornaliere oggi — già inferiore alla media attuale — per scendere a 87.000 il prossimo anno, poi 84.000, e così via, con una riduzione costante che in dieci anni porti la soglia a 60.000: il livello al quale il centro storico può ancora funzionare come città e non solo come destinazione.
Le tecnologie a disposizione
Le tecnologie per mettere in pratica questa politica oggi, a differenza di venti anni fa, esistono. E sono state rodate. Drammaticamente in era Covid 19 con il suo green pass, utilitaristicamente dalle piattaforme digitali che gestiscono prenotazioni alberghiere o aeree su scala mondiale, utilmente dagli esperimenti condotti dal Comune di Venezia per l’applicazione del diritto d’accesso ripartito in questi giorni.
Le difficoltà non sono né tecnologiche né giuridiche. Sono solo politiche. Superabili solo passando dalla “politica” alla “Politica”. La posta in gioco è chiarissima. O si fissa una soglia e si costruisce il sistema per farla rispettare, o si accetta che il centro storico completi la sua trasformazione in ciò che il mercato, lasciato a sé stesso, lo sta già facendo diventare: una ex città capitale costruita dal “genio dei padri” diventata solo destinazione turistica per la “curiosità dei foresti”.
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