Trieste Next, la forza del Dna sul palco con Telmo Pievani: «Così capiamo il senso della vita»
Il filosofo evoluzionista sarà la voce narrante della pièce in programma al Verdi sabato: «Portiamo fuori dai laboratori domande complesse per renderle esperienze condivise»

La forza di “Dna. Lo spettacolo che fa suonare la scienza” sta proprio nel rovesciare la forma consueta della conferenza. Le parole del filosofo evoluzionista Telmo Pievani, attese per sabato sera al Teatro Verdi, danno ordine scientifico al viaggio, mentre la musica agisce sul piano emotivo, senza rinunciare al rigore. È una divulgazione che non semplifica, ma cambia registro: porta fuori dai laboratori domande complesse e le rende esperienza condivisa, affidandole al ritmo, alla scena e alla capacità evocativa delle immagini. È lo stesso Pievani a raccontare il senso dello spettacolo.
Professor Pievani, che cosa rende particolare Dna?
«La particolarità di Dna è che i brani musicali sono stati pensati per Airc (l’Associazione italiana per la Ricerca sul Cancro che ha promosso lo spettacolo) e legati a concetti precisi. Ad esempio “Abiogenesi” racconta l’inizio della vita: come, da mattoni inerti, emerga la prima cellula, il primo essere vivente capace di replicarsi. I Deproducers lo mettono in scena quasi come un musical, con le parole di Eugenio Finardi che accompagnano le prime fasi della vita e le sue tappe fondamentali. Poi ci sono “Caso e necessità”, l’antenato comune universale, la sessualità, fino alla multicellularità: la vita diventa complessa quando le cellule cominciano a collaborare tra loro. Il tumore, invece, è una cellula che disobbedisce alla sinfonia del corpo umano e torna alla sua natura egoista primordiale».
Che cosa aggiunge il linguaggio musicale alla divulgazione scientifica?
«Quando un messaggio narrativo arriva da fonti diverse resta molto più impresso nella memoria. Il mix di linguaggi aiuta a coinvolgere il pubblico: la musica parla a un livello immediato, emotivo, e nello spettacolo gli spettatori vengono chiamati in causa sia all’inizio sia alla fine».
Lei cita Luca, l’ultimo antenato comune universale. Perché partire da lì?
«Luca serve a far capire come sia nata la prima cellula e quali siano i suoi meccanismi fondamentali. Alla fine dobbiamo parlare del cancro, cioè di una cellula che impazzisce, accumula mutazioni genetiche e devia dalla logica della salute del corpo. Normalmente, quando una cellula viene danneggiata, si autodistrugge; il cancro è difficile da sconfiggere perché le cellule tumorali aggirano questa logica fisiologica. Ma Luca permette anche di spiegare la parentela universale degli esseri viventi. È un concetto sorprendente: siamo tutti parenti, siamo tutti differenti, ma tutti veniamo da un unico organismo primordiale. In questo senso siamo cugini delle piante, degli animali e di tutte le forme di vita sulla Terra».
Uno dei concetti forti dello spettacolo è “caso e necessità”.
«È il brano centrale, il perno dello spettacolo. “Caso e necessità” è il grande paradosso dell’evoluzione, perché mette insieme due concetti che sembrano opposti. Il caso riguarda le mutazioni genetiche, che sono casuali, come errori di copiatura nel Dna. Ma da questa materia prima interviene un altro meccanismo, la selezione naturale, cioè l’elemento della necessità: filtrando e selezionando quelle mutazioni, produce organismi di meravigliosa complessità. Nello spettacolo lo facciamo vedere con la musica: uno spettatore viene scelto a caso e invitato sul palco. Non deve essere un musicista. Gli chiedo di suonare qualche nota casuale su una tastiera molto semplice, come fossero mutazioni spontanee; i musicisti, qualunque siano quelle note, riescono a trasformarle in un brano, facendo nascere un’armonia musicale dal caso».
Il rischio di semplificare troppo esiste? Come si trova l’equilibrio tra contenuti scientifici e accessibilità?
«Si può ovviare in molti modi. Uno è la scelta della narrazione: bisogna rinunciare all’esaustività, scegliere i concetti di cui parlare e ricordarsi che l’obiettivo è far uscire il pubblico dal teatro con la voglia di porsi nuove domande, magari di leggere un libro. Lo spettacolo deve emozionare, dare idee e suggestioni, sorprendere. Il bello degli spettacoli scientifici è proprio parlare di scienza in contesti non istituzionali, non in un museo o all’università. Il messaggio implicito è: anche la scienza è una storia bella, che può interessare; fermati un’ora e mezza e facciamo insieme questo viaggio».
Perché rifiutate il termine “battaglia” a proposito del cancro?
«Il messaggio di Airc è chiamare le cose con il loro nome: dire cancro, non “brutta malattia”. Bisogna guardare in faccia questo fenomeno biologico. Le metafore guerresche rischiano di attribuire al cancro un’intenzione maligna. In realtà, dal punto di vista biologico, il tumore è un processo che ha una sua logica precisa. Per noi è un nemico, ma dal punto di vista della cellula è un ritorno a un egoismo darwiniano originario. Se non lo pensiamo come una divinità maligna e ineluttabile, ma come un fenomeno biologico, possiamo capirlo e sconfiggerlo. È quello che, piano piano, stiamo facendo: la guaribilità aumenta sempre di più».
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