Supercomputer e intelligenza artificiale per le Pmi: la sfida del Nordest tra logistica, materiali e clima
Alessandra Poggiani, direttore generale di Cineca, spiega a Trieste Next come trasformare l'enorme potenza del supercomputer Leonardo in un vantaggio concreto per le aziende

Supercalcolo e intelligenza artificiale possono entrare nelle piccole imprese del Nordest, dalla logistica alle simulazioni sui materiali, fino all’agricoltura e alle previsioni climatiche. La vera sfida è però capire come trasformare una potenza enorme in un vantaggio concreto per chi ogni giorno deve produrre, vendere e competere.
Alessandra Poggiani, direttore generale di Cineca, il più grande centro di calcolo italiano, ne parlerà a Trieste Next sabato 26 all’incontro “Come i supercomputer cambieranno l’Europa”, assieme ad Andrea De Lorenzo, docente di Sistemi di elaborazione dell’informazione dell’Università di Trieste, e a Maurizio Molinari, capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano. A moderare, la giornalista del gruppo Nem Paola Bolis.
Come riassumere la differenza tra Leonardo, il supercomputer gestito da Cineca, è i nostri computer da scrivania?
«Leonardo può fare in un’ora quello che un computer portatile impiegherebbe 25 anni a fare. Ma la capacità di calcolo è solo uno degli elementi: contano anche le competenze e i software. Con Leonardo facciamo moltissima ricerca: dall’intelligenza artificiale alla fisica, dalla fluidodinamica alle scienze dei materiali, fino allo studio delle molecole per la ricerca farmaceutica».
L’impatto sulla vita quotidiana in un esempio?
«Durante la pandemia, è stato possibile accelerare enormemente i test e le simulazioni legate alla ricerca sui farmaci».
Il titolo dell’incontro parla di come i supercomputer cambieranno l’Europa. In parte, però, l’hanno già cambiata?
«Sì. La rete europea EuroHpc ha già una capacità infrastrutturale e scientifica paragonabile a quella degli altri continenti. L’Italia, potendo contare sugli investimenti del ministero Università e Ricerca e considerando la potenza di calcolo disponibile attraverso Leonardo e altre infrastrutture, è al terzo posto su questo fronte dietro a Stati Uniti e Giappone. Ora la sfida è trasformare tutto questo in applicazioni concrete anche per le imprese».
È qui che l’Europa e l’Italia hanno ancora un problema?
«Nelle grandi imprese europee l’adozione di applicazioni di intelligenza artificiale è intorno al 50%, mentre nelle piccole siamo al 20% e in Italia circa al 14%. Non dipende semplicemente dalle dimensioni: spesso le piccole aziende hanno poche competenze informatiche e manageriali e una minore propensione a investire su tecnologie il cui ritorno non è immediato».
Ma cosa può fare una piccola impresa del Nordest con il supercalcolo?
«Moltissime cose. Può migliorare la logistica e la gestione dei processi, fare simulazioni sui materiali e sulle costruzioni».
In concreto?
«Pensiamo all’indotto automotive: anche una piccola azienda può simulare come reagisce un materiale a un incidente o a un evento meteorologico. E poi ci sono l’agricoltura e l’agroalimentare, dove simulazioni climatiche, sensori e previsioni possono aiutare a gestire coltivazioni, allevamenti e risorse. L’intelligenza artificiale può inoltre intervenire in attività trasversali, dal magazzino alla logistica fino alle simulazioni economiche».
Prima del dottorato in informatica, lei arriva dall’antropologia. È ancora possibile che dalle scienze umane derivino competenze utili alla tecnologia?
«Assolutamente sì. L’intelligenza artificiale ha bisogno pure di linguisti, psicologi, esperti di comportamento. Quando si addestrano i modelli non servono soltanto la potenza di calcolo e le competenze ingegneristiche, bisogna comprendere anche le dinamiche psicologiche e comportamentali che rendono questi sistemi compatibili con le decisioni e i processi umani».
Come conciliare gli alti consumi di energia di questi supercomputer con la sostenibilità?
«È un problema serissimo. Il sito Cineca di Bologna oggi richiede circa 30 megawatt e a regime arriverà a 50. Bisogna puntare sempre di più sulle rinnovabili. Noi, non a caso, stiamo investendo in un parco agri-fotovoltaico che ci renderà per metà autosufficienti. E bisogna poi concentrare i data center in aree dove sia possibile programmare e razionalizzare il loro impatto».
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