Galimberti a Trieste Next: «La verità ferita dalle parole del presente»

Umberto Galimberti sul palco del teatro Verdi affollato da oltre 1.100 persone: «La tecnica è già diventata psicopatologia ed è entrata nella società. Il futuro ha cessato di essere promessa per i giovani»

Fabrizio Brancoli
Galimberti sul palco di Trieste Next (Silvano)
Galimberti sul palco di Trieste Next (Silvano)

Come tutti i teatri, il Verdi di Trieste conosce una delle più antiche forme della solitudine: quella di chi parla mentre tutti gli altri tacciono. Un uomo seduto a una scrivania, platea e palchi pieni, il silenzio di centinaia di spettatori. È questa la forma che prende il pensiero quando Umberto Galimberti inizia la sua lezione davanti a oltre 1.100 persone che hanno scelto di essere qui.

Galimberti a Trieste Next: «Viviamo in un’epoca di negazionismo»

L’isolamento del filosofo, davanti alla moltitudine degli ascoltatori, ha qualcosa di antico e insieme di molto contemporaneo: la parola resta una faccenda umana, esposta alla possibilità di essere capita, fraintesa, trasformata.

Esposta ai graffi e alle ferite di un tempo irriguardoso, costantemente declinato al presente e drogato di rapidità. Il tema della serata sono le disavventure della verità. A Trieste Next, la voce solitaria di Galimberti ne segue le tracce: la verità cercata, violata, deformata, fino al punto in cui qualcuno prova a sostituirla con una versione più comoda o più redditizia.

Il viaggio comincia da lontano. C’è Sant’Agostino, che prende Platone e lo trasferisce nel pensiero della salvezza. E poi Rousseau, con la sua critica all’idea del cristiano come buon cittadino: se ciò che conta è salvarsi, il rapporto con la comunità diventa problematico. La parola «persona», osserva, contiene già il riferimento a un essere “per sé”. Ma il percorso torna verso gli altri. Nelle pupille di chi ci sta davanti, riprendendo Platone, c’è l’immagine di noi stessi. Il movimento è continuo tra l’Io e il Noi.

Galimberti cita il teologo e filosofo greco-ortodosso Christos Yannaras: «Se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui». Poi Nietzsche, Tommaso d’Aquino, ancora Platone. Secoli diversi, parole come liane per spostarsi attraverso gli alberi del sapere.

Nel Verdi il silenzio è perfetto. Una camera di decompressione, mentre l’uomo quasi protetto dalla sua scrivania scassina le menti e rivaluta i dubbi. La storia della verità arriva al Seicento, alla nascita della scienza moderna: Cartesio, Bacone, Galileo. Il metodo scientifico formula un’ipotesi, la sottopone all’esperimento, la verifica. Quello che funziona viene assunto come esatto, più che come vero.

È una distinzione che prepara il passaggio al presente. Poco prima di salire sul palco, Galimberti aveva scelto parole nette sulla condizione culturale italiana: «La cultura in Italia è un disastro. La scuola è un disastro. Persone senza cultura interrogano l’intelligenza artificiale, ottengono risposte immediate e le prendono come se fosse la parola di Dio». E aveva citato Oscar Wilde: se trovi una risposta alle tue domande, forse quelle domande non erano quelle giuste. E ancora: «Smettiamo di santificare, andiamo a vedere da vicino come funzionano le cose»: applausi a scroscio. Intanto «senza il telefonino ci sentiamo esclusi dalla socializzazione. La tecnica è già diventata psicopatologia ed è entrata nella società». Ma la tecnica - che non ha scopi – «ci ha sbattuto fuori da qualsiasi orizzonte di senso».

I giovani, dice, sono vittime di una grave penalizzazione socioculturale: «Abbiamo tolto a tutti loro il futuro, che ha cessato di essere una promessa. Perché studiare e lavorare, ma perché farlo se il futuro non c’è? Manca la risposta a questo perché».

Il suo bersaglio è il negazionismo, nelle sue molte forme, con Donald Trump come campione delle asserzioni false, e poi alcuni figli del negazionismo, come il giustificazionismo. E le parole che trasformano la verità: un massacro diventa danno collaterale, una deportazione viene descritta come trasferimento della popolazione. «Capito come funziona? E i politici sono bravissimi a farlo».

Nelle riflessioni prima della conferenza anche l’attualità trova poi un indirizzo preciso, nel Nordest. Galimberti cita il caso di Belluno, dove un volume finanziato dal Comune e distribuito nelle scuole superiori ha suscitato polemiche per le affermazioni sulle cause del cambiamento climatico. Nel libro si sostiene che l’aumento delle temperature rientri nei cicli naturali e non sia dovuto alle emissioni antropiche. Galimberti torna agli studenti. «Sono loro ad aver denunciato quel falso libro». Sentinelle di verità in mezzo alle nebbie del nostro tempo.

 

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