Un vecchio diario, l’umiltà della vittoria, lo stigma: allo Sport business forum le parole dei campioni
A Belluno una giornata di testimonianze intense. Angelo Lorenzetti, super coach di pallavolo: «Esiste un atto comunicativo devastante, è la lamentela. E io la rifiuto». Dotto: ecco cosa mi dicono i bambini

Abbiamo fatto alzare una mano a settecento persone ed è stata la cosa più facile del mondo. Tutte insieme, coordinate come i militari nelle parate marziali della Corea del Nord, come i nocchieri del Vespucci o come le Farfalle della ginnastica ritmica. Vi spieghiamo come abbiamo fatto.
Nella penombra del teatro Buzzati, durante la Festa dello Sport, nel cuore del festival Sport Business Forum, abbiamo chiesto: alzi la mano chi, nella sua vita, ha provato un’emozione vera legata allo sport.
L’ha fatto chiunque.
Va bene, magari qualcuno avrà tenuto le braccia giù, non possiamo essere sicuri al 100%. Potresti essere stato o stata tu, l’eccezione alla regola, ma allora hai perso, perché lo sport è un motore emotivo formidabile, in ogni vita.
Ed è uno dei significati più potenti di questo festival, che i nostri giornali promuovono e organizzano sull’idea e la spinta di Confindustria Belluno Dolomiti e Confindustria Veneto Est.
Le parole dei campioni hanno risuonato nella bellissima sala del Palazzo dei Rettori, nel chiostro del Palazzo Crepadona. Mai banali, perché rispetto a un passato di esposizione naïf, talvolta sprovveduta, ora gli sportivi di vertice sono diventati dei comunicatori reali, portatori di valori che possono servirti anche fuori dal contesto. Ieri, di grandi nomi, ne sono transitati parecchi, sollecitati dai giornalisti.
A pranzo, sedute in una terrazza panoramica sul Piave, Ninna Quario e Sara Simeoni hanno parlottato a lungo, sorridenti e risolte. Una quadri-vincitrice di Coppa del Mondo e una leggenda siderale del salto in alto, come due vecchie compagne di classe appartate a ricordare chissà che cosa.
La Quario ha scritto un libro, mesi fa, programmandone la pubblicazione senza immaginare che sarebbe stato il momento perfetto per farlo. Perché sua figlia, che scia benino pure lei, proprio allora ha compiuto un'impresa aliena, vincendo due ori alle Olimpiadi: è Federica Brignone.
«È molto più forte di me e ne sono felice», dice la mamma ad Alessandro Michielli, a scanso di equivoci.
«Il libro l’ho scritto recuperando i miei diari di bambina e di ragazza. In uno, ripescato da una cassapanca, c’era scritto: oggi giornata storica, mi hanno scelto per la selezione nazionale. Avevo tredici anni. La differenza che ho sempre riscontrato con molte mie colleghe è questa: loro si allenavano, per me è sempre stato un gioco, era gioia. E devo dire che, sofferenze fisiche a parte, anche per Federica è sempre stato così. Sa di fare qualcosa che ama».
Sara Simeoni ha un irresistibile sarcasmo delicato. La regina dell’aria riflette sul fenomeno dei mental coach al servizio degli sportivi e dice a Marcella Corrà: «Beh, io avevo un allenatore che era anche psicologo, nutrizionista, fisioterapista. E poi è diventato anche marito». Erminio Azzaro, in platea, annuisce bonario, quasi rassegnato.
Nell’incontro con Luca Dotto c’è una notizia: l’annuncio (o meglio la conferma) del suo ritiro agonistico. «Il Sette Colli sarà la mia ultima gara», spiega la stella del nuoto azzurro. Che ora è impegnatissimo nell’Academy per intercettare i futuri... se stesso. «Certi bambini guardano a noi come dei supereroi inarrivabili ma in realtà io cerco di spiegare che noi eravamo come loro, alti un metro e venti, pieni di timori e di sogni. Come siamo arrivati a fare quello che abbiamo fatto? Abbiamo sbagliato tanto. Abbiamo sbagliato più degli altri! È per questo che siamo dei professionisti. I prof esplorano i propri limiti, quindi l’errore in un certo senso lo cercano». Poi, conversando con Andrea Zambenedetti, segnala un tema. «C’è uno stigma scolastico verso chi fa sport: questa cosa deve cambiare. Si penalizzano gli studenti sportivi, non c’è aiuto per gestire la loro attività».
Uno dei momenti più alti (e una delle sale più piene) arriva al mattino, quando al microfono va Angelo Lorenzetti, fenomenale coach di pallavolo che ha vinto sei scudetti (compreso l’ultimo) e innumerevoli trofei nazionali e internazionali. Che lezione. «Mi chiedono spesso perché faccio l’allenatore. Ognuno ha una risposta, c’è pure chi lo fa perché ama gestire un potere. Io lo faccio perché amo la pallavolo. Non è un perché migliore degli altri, ma è il mio». Nel dialogo con Alessia Forzin parla di umiltà, con persistenza. «La partita è l’evento dei giocatori, è assurdo prevaricarli, i protagonisti sono loro.
Non credo al rimprovero plateale, meglio un suggerimento sussurrato. Ai giocatori dico: guarda che nel mondo esistono cose importanti, tu sei piccolo, non tirartela. A Perugia ho trovato un direttore sportivo che ha vinto le Olimpiadi: per un pallavolista è come andare sulla Luna. Che cosa dovrei insegnargli? Ne sa più di me. Possiamo solo confrontarci e studiare soluzioni. Esiste un atto comunicativo devastante, e non solo nello sport: è la lamentela. Bene, io non la voglio. Al suo posto, voglio una richiesta precisa» .
Eccole, le parole dei campioni: la cassapanca del tuo vecchio diario, il gioco, lo stigma a scuola, l’amore intrecciato all’allenamento, la lamentela da evitare. E molte altre, nel vocabolario delle passioni e del talento.
«In questi giorni Belluno esplode di sport», dice l’assessora Monica Mazzoccoli nel teatro. Ecco un’esplosione che ci piace.
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