
A Sport Business Forum c’è Tamberi: tutti i segreti della sua carriera dopo l’oro di Tokyo
Il campione azzurro di salto in alto si racconta domenica 7 giugno a Belluno, svelando i segreti del suo percorso: dalla delusione delle olimpiadi di Parigi all’amore per il basket. Ecco come iscriversi
Un centro di gravità. Permanente. Il traguardo inconfessato di Gianmarco “Gimbo” Tamberi. Che a trentaquattro anni – li ha compiuti ieri – vive ogni assalto al cielo come non ci fosse un domani. Che nel brivido del rischio (Fly or die, vola o muori, il suo motto esagerato) assapora l’antidoto alla mediocrità. Che, rara avis dell’élite sportiva, abbina esuberanza sfrenata e disciplina rigorosa.
Sfide, emozioni, trionfi, cadute. E un’istantanea scolpita nella storia dell’atletica. Tokyo 2020, il 1° agosto del 2021, finale di salto in alto tra l’azzurro e il qatariota Mutaz Essa Barshim. Destini paralleli (entrambi hanno scontato infortuni devastanti) e un rapporto che va oltre la pedana, cementato com’è da ripartenze logoranti, allenamenti in coppia, sostegno reciproco in gara, presenza ai rispettivi matrimoni, anche.
Stavolta superano l’asticella a 2,37 metri e la parità di errori impone una scelta. Condivisione dell’oro olimpico o spareggio ad oltranza? Barshim, stremato, rivolge uno sguardo all’avversario-amico. Che ricambia, allarga il sorriso e, rivolto al giudice, annuisce all’ex aequo. Si abbracciano, piangono insieme, esplode la gioia. Non era mai accaduto. Sì, per Gimbo, rispetto e amicizia pesano più di un metallo solitario.
Così, il suo palmarès – pure zeppo di record nazionali, titoli europei e mondiali, allori iridati – narra soltanto in parte la personalità di un giovane uomo irriducibile al conformismo, contagioso nell’entusiasmo, maniacale nella preparazione tecnica perché “il senso del fallimento è più intenso del piacere del successo e io non ho ancora imparato a perdere”.
Un “mezzabarba” scaramantico (l’hashtag #halfshaved miete migliaia di followers) che rade solo una guancia prima di affrontare le sfide più importanti.

Un cultore dei tatuaggi amorosi, che dialoga volentieri con il pubblico, scherza con i media (a Helsinki sfoggiò una chioma azzurra in tinta con i colori della Nazionale) e coltiva la trasparenza, rinunciando a mascherare i sentimenti.
L’urlo di rabbia al meeting di Monte Carlo (2016), quando – fresco campione d’Europa – prova a superarsi e si infortuna alla caviglia sinistra, compromettendo la partecipazione alle Olimpiadi di Rio. La felicità esplosiva di Budapest 2023, dove corre avvolto nel tricolore e lacera i microfoni con un grido di vittoria, al collo la medaglia di campione del mondo.
La maschera di dolore ai Giochi di Parigi, l’anno successivo. Forte della migliore prestazione stagionale, favorito dai pronostici, portabandiera dell’Italia insieme alla schermitrice Arianna Errigo, è la stella coccolata dai fan («Ho riempito la casa di Tour Eiffel in miniatura») finché, alla vigilia, è colpito da febbre e calcoli renali. Debilitato, tra vomito e flebo in ambulanza, stringe i denti, rifiuta di arrendersi, conquista un’incredibile finale ma non va oltre l’undicesimo, amarissimo, posto. «Il momento più brutto della mia vita».
Vocato al salto? Niente affatto, il ragazzino di Civitanova Marche ha la passione del basket e la coltiva fino a diciassette anni («Mi piace tuttora. Avessi continuato, sarei meno orgoglioso di me stesso ma molto più felice»). A strapparlo al parquet è il padre, altista e primatista indoor, proiettato verso una carriera promettente finché un camion lo investe, tranciandogli il tendine d’Achille.
Marco Tamberi, così, diventa l’allenatore del figliolo, gli insegna i trucchi del mestiere, ne condivide successi e sconfitte. Soprattutto, lo addestra alla “sofferenza” attraverso regole durissime, rinunce impietose, pressioni incessanti. Fino all’oro giapponese, apogeo del sodalizio e prologo di una rottura umana e professionale, scandita da tensioni, insulti, litigi.
«Una relazione orrenda, la nostra. Mi sono sentito tradito dalla figura genitoriale e l’ho allontanata. Non ci parliamo da anni, non ha mai visto la mia bambina», confesserà in tivù alla “belva” Francesca Fagnani. Tant’è. Gimbo ama Chiara Bontempi, l’eterna fidanzatina infine moglie, e adora la piccola Camilla, al punto da secretarne il volto sui social.
Con lui, il salto in alto esce dalla nicchia, diventa fenomeno pop, evento di costume che sfugge al robotismo della statistica. Impulsivo e irriverente, generoso e sincero. Divisivo talvolta. «Fingersi umili è la scelta dei tronf», ripete volentieri; «Non sarò il più forte in assoluto ma nel mio campo ho fatto la storia e questo pensiero mi dà una carica enorme».
Genuino e spaccone, allora: «Mi giudicano per quello che faccio in gara ma c’è molto altro, chi non mi vuol bene finisce per odiarmi, io mi ispiro a Valentino Rossi, che ha vinto tutto ed è sempre rimasto se stesso. L’istrionismo? Mi mette con le spalle al muro: se sfondo mi applaudono, se va male divento un pagliaccio».
Ancora l’incubo Parigi: oltre al titolo, ha perso le fede nuziale nella Senna...«Ero magro, sottopeso, pioveva, si è sfilata. Chiara? Al momento era stizzita, poi le ho detto: gettiamo nel fiume anche la tua, così staranno insieme per sempre. Mi ha perdonato, sì. Che gran paraculo sono».
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