Paralimpiadi Milano Cortina, cerimonia di apertura: sei paesi europei non mandano la delegazione
La cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi di Milano Cortina all’Arena di Verona segnata dalle tensioni internazionali: fischi per alcune delegazioni, assenze politiche e messaggi di pace da parte delle istituzioni. Ecco come è andata la cerimonia inaugurale

La guerra irrompe nelle Paralimpiadi di Milano-Cortina. Ne stravolge la cerimonia inaugurale. Dipinge l’Arena di Verona anche con i colori di Russia e Bielorussia. Ne fa fischiare gli spettatori, allo sfilare di bandiere che non si vedevano più da anni.
Convince sei Paesi europei a non inviare le rispettive delegazioni, in solidarietà all’Ucraina. E obbliga l’atleta iraniano Aboulfazl Khatibi Mianaei a rinunciare a gareggiare, bloccato nel suo Paese dalla guerra.
La cerimonia
«Non possiamo ignorare che questi Giochi si svolgono in un periodo profondamente diviso, lacerato da guerre, dolore e sofferenza, in uno dei momenti di svolta più drammatici del nostro tempo» dice Giovanni Malagò, presidente di Fondazione Milano-Cortina, «per questo il messaggio di pace, inclusione e solidarietà è più significativo e importante che mai». Mentre il presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, Andrew Parsons: «Ai Paesi che sono conosciuti più per i nomi dei loro leader preferisco quelli conosciuti per i loro atleti. Quattro anni fa dissi di essere sconvolto per quello che stava succedendo nel mondo. Oggi la situazione non è cambiata, ma lo sport offre un'altra prospettiva».

Due settimane dopo la cerimonia che aveva sancito la conclusione dei Giochi olimpici, l’Arena di Verona torna a vestirsi a festa per l’evento inaugurale delle Paralimpiadi, nuovamente sotto la regia di Alfredo Accatino. Ma il mondo non è più lo stesso.
In prima fila, davanti al grande palco ovale allestito al centro dell’anfiteatro romano, siedono le prime quattro cariche dello Stato: il presidente Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni e i vertici di Camera e Senato, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. Dietro, il vicepremier Matteo Salvini, il governatore Alberto Stefani e il suo predecessore, Luca Zaia.
Gli atleti
Gli atleti sono pochi: sparute rappresentanze di 29 Paesi, sui 55 in gara alle Paralimpiadi. Sette delegazioni dichiaratamente assenti per motivi politici, e le altre – tra cui Francia, Gran Bretagna e Germania – ufficialmente per non allontanare gli atleti dalle sedi di gara. La sfilata delle bandiere corre veloce, con un taglio di undici minuti rispetto al programma consegnato alla stampa e il volume della musica aumentato all’affacciarsi delle delegazioni dalla possibile accoglienza più delicata: Bielorussia, Russia, Israele e Stati Uniti, fischiati.
Let the Games begin 🎆
— Paralympic Games (@Paralympics) March 6, 2026
It is a fitting way to begin an historic Games with the Opening Ceremony for the #MilanoCortina2026 Paralympic Winter Games kicking off at the 2,000-year-old Arena di Verona.https://t.co/A7CHv8eLK1 pic.twitter.com/lJiXL07zJR
È una festa timida, dalla durata inferiore alle due ore. Che non riesce a scrollarsi di dosso l’ombra di una congiuntura internazionale che prima fa orrore e poi fa paura. Lo sport, e le Paralimpiadi, devono essere pace, solidarietà, armonia. Ma questi sono Giochi nati e che irrimediabilmente si svolgeranno sotto il segno della politica e della guerra; e chissà come finiranno.
Basta guerre
E allora anche le belle coreografie dell’Arena paiono sbiadite. Mentre l’arrivo della fiamma portata dalla veneziana campionessa della scherma Bebe Vio, e poi l’accensione dei due bracieri con lo sciatore Gianmaria Dal Maistro a Milano e la “rossa volante” – la trevigiana Francesca Porcellato, pluricampionessa paralimpica – a Cortina sono una boccata d’ossigeno. Come lo è l’inno «all’amore che cancella la guerra», di Emilio Isgrò.
In prima fila, le autorità dispensano sorrisi. Sul palco, i volontari si prendono la scena lasciata libera dagli atleti e diventano attori di festa. Sugli spalti più alti sventolano le bandiere dei 55 Paesi in gara a questi Giochi. In un’Arena che, piano, torna silenziosa. Con i suoi duemila anni di storia, chissà quante ne ha viste. Chissà quante ne vedrà, ancora.
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