Il ministro Locatelli: «Gli atleti delle Paralimpiadi sfilino insieme a quelli delle Olimpiadi»
«Basta con le divisioni, gli atleti sono atleti e dovrebbero avere lo stesso palcoscenico»

Sono giorni di grande fermento al Ministero per la Disabilità. Le Paralimpiadi saranno inaugurate venerdì prossimo e il ministro, Alessandra Locatelli, ammette di essere molto emozionata, al pari dell’intero suo staff.
Cominciamo da Verona, cerimonia di apertura all’Arena, lei dove sarà?
«Insieme al ministro per lo Sport, Andrea Abodi, accoglieremo i ministri di tutti gli altri Paesi, oltre ai nostri colleghi italiani. Avremo un ricevimento in un teatro vicino e poi ci sposteremo in massa dentro l’Arena».
Parlando di persone e atleti con disabilità, mi era stato detto dal sindaco di Verona, Damiano Tommasi, che all’interno dell’anfiteatro sarebbe stato allestito un rivoluzionario ascensore. Quel progetto è andato a buon fine?
«Per l’accessibilità dell’Arena, sono stati fatti lavori importanti, a partire dai bagni. Teniamo sempre conto che stiamo parlando di uno dei monumenti storici più importanti in Italia. Però, grazie al progetto che è stato depositato da oltre un anno, una delle legacy sarà proprio quella dell’installazione dell’ascensore. Non solo. Avremo anche una nuova platea e tanto altro. Aprire le Paralimpiadi in un monumento storico di tale portata è un grande segnale che ci deve sempre più indirizzare per lavorare verso l’accessibilità. Non solo fisica, ma anche culturale e sensoriale, dalla comunicazione all’informazione per tutti».
Ci arriviamo, ministro. Ma, andando con ordine, pensa che le Paralimpiadi rappresentino, per l’Italia, più un traguardo o una grande occasione?
«Credo che sia una grande occasione per i nostri atleti farsi conoscere, uno stimolo eccezionale per andare oltre qualsiasi limite, perché veramente fanno delle cose eccezionali che meritano di essere apprezzate da tutti. Però io vorrei anche qualcosa di più per il futuro. Vorrei che i nostri atleti delle Paralimpiadi, alle cerimonie di apertura e di chiusura, sfilassero insieme a quelli delle Olimpiadi. Insomma basta con le divisioni, gli atleti sono atleti e dovrebbero avere lo stesso palcoscenico».
Domanda delle cento pistole. Le Paralimpiadi saranno un successo se...
«Io dico che saranno un successo. Punto. Non solo perché chi viene dovrà sostenere i nostri atleti, ma anche perché loro si sono già fatti notare per capacità e talento. Penso anche che saranno un successo se, quando si spengono le luci e si abbassa il sipario, non ci defileremo. Dobbiamo continuare a lavorare parlando sempre di inclusione, di capacità e di talenti. Non solo nello sport, ma anche in tutti gli altri ambiti».
In questi anni lei ha potuto constatare il livello dell’integrazione e della disabilità nel nostro Paese. A che punto siamo, e come rispondono gli italiani dal punto di vista sociale e culturale?
«Diciamo che avanziamo. Per i miei gusti troppo lentamente, ma avanziamo. Non si può dire che non siano stati fatti progressi rispetto a dieci, venti, trenta, quarant’anni fa, il mondo è cambiato e, con esso, sono cambiate anche le opportunità sanitarie, tecnologiche, culturali e normative. Il nostro Paese non ha nulla da invidiare agli altri. Spesso sento dire: ah l’America, ah la Germania. Non è così. L’Italia ha qualcosa che nessun altro al mondo possiede. Mi riferisco all’associazionismo del Terzo Settore che pervade tutti, istituzioni, i privati, le famiglie. Quindi è una colonna portante che gli altri ci invidiano. Tanto è vero che sono pochissime le nazioni al mondo, ma anche in Europa, che mandano tutti i bambini a scuola insieme, che abbiano una legge sull’inclusione lavorativa, che pensino ad un progetto di vita personalizzato, come facciamo noi».
Ritiene che l’informazione faccia abbastanza per diffondere i progetti dedicati alla disabilità in Italia?
«Assolutamente no. Infatti sono molto arrabbiata con tutti quelli che fanno informazione televisiva, radiofonica o sulla carta stampata».
Non con noi, spero.
«No, con voi no. Ma in generale non si fa abbastanza. Anzi, per niente. Non è che perché si riprende ogni tanto una notizia tragica, oppure per tre secondi si parla di Paralimpiadi, siamo a posto, Quelli sono episodi, mentre questo mondo è ricco di storie di successo che andrebbero raccontate e valorizzate. Questo sì porterebbe ad un vero salto culturale e velocizzerebbe il cambio di passo. Purtroppo non è che apriamo mai il Tg1 o la prima pagina dei giornali con un bellissimo centro per l’autismo che magari è stato realizzato nel nostro Paese, così come altri progetti. Si preferisce il like facile delle strumentalizzazioni, delle polemiche, delle violenze, tutte tematiche che non sono le mie preferite».
Cosa resterà di queste Paralimpiadi?
«Rimarrà un’esperienza straordinaria. Per qualcuno si ripeterà, e glielo auguro di tutto cuore. Per altri sarà un’occasione unica e meravigliosa di aver visto o gareggiato con campioni eccezionali in grado di superare i propri limiti. Ma io vorrei stimolare il collegamento con la vita reale. Tutto quello che le persone con disabilità fanno nello sport li porta anche ad essere più autonomi nel quotidiano. E però, poi, devono essere loro garantiti altri diritti e altre tutele. A partire dalle protesi dagli ausili, all’accessibilità per raggiungere uffici e mezzi di trasporto. Il diritto di avere una vita affettiva e sociale dignitosa, fatta anche della possibilità di partecipare a eventi e soprattutto alle vacanze».
È il suo sogno o ce ne sarebbero altri?
«Ce ne sarebbero tanti, però non voglio lanciarmi su cose fantasiose. Dico che per portare avanti degnamente questa riforma sulla disabilità e il tema del progetto di vita, servirebbe un fondo unico sull’inclusione che risponda in modo più veloce e sburocratizzato a questi progetti di vita. Servirebbe perciò la riunificazione delle risorse, che sono sparse in mini fondi, e che vengono utilizzati per ogni cosa, dal trasporto alla salute, dal lavoro al turismo».
Chiudiamo con gli impianti. Marco Giunio De Sanctis, presidente del Comitato italiano paralimpico, ci parlava di una contraddizione, legata al passato. Ovvero la presenza di impianti molto belli, ma difficilmente raggiungibili per le persone con disabilità che vogliano assistere al singolo evento. Esiste ancora qualche criticità?
«Non che io sappia. Anzi, ci sarà un capillare servizio di trasporto proprio sui campi di gara. Mi sembra sia stato fatto un buon lavoro. Comunque andrò a verificare di persona, dal 7 sono a Cortina. Non dico di essere come San Tommaso, ma le cose devono essere controllate di persona. È un metodo che consiglio a tutti».—
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