Curling paralimpico, il sogno della cortinese Menardi: «Ora vogliamo i playoff sfiorati a Vancouver»

Angela Menardi è stata vittima a 15 anni di un incidente che l’ha resa paraplegica. Da tempo si sta preparando per la sua terza avventura a cinque cerchi

Luca De Michiel
Angela Menardi
Angela Menardi

La terza Paralimpiade fa di lei una veterana del contingente azzurro, ma questa senza dubbio è più speciale delle altre.

L’Olimpico è la sua casa, in quello stadio Angela Menardi si allena e ci lavora.

Il curling invece per lei è una piacevole scoperta, dopo gli inizi nello sci di fondo.

Ed ora l’attesa è finita, tra poche ore in quello stadio Menardi scenderà sul ghiaccio per il torneo a squadre di wheelchair curling, sognando in grande dopo la beffa del quinto posto a Vancouver nel 2010.

Voglia di riscatto per una cortinese vittima a soli 15 anni di un incidente che l’ha resa paraplegica, mamma di due figlie, che da tempo si prepara per la sua terza avventura a cinque cerchi, «e credo anche l’ultima», aggiunge l’atleta classe 1964 a bassa voce.

Angela il suo rapporto con le Olimpiadi è alquanto particolare e cadenzato non crede?

«In effetti diciamo che le ritrovo circa ogni 15 anni. La prima è stata ad Albertville nel ’92 nello sci di fondo, poi Vancouver nel 2010 ed ora eccoci qui a Cortina. Siamo pronti, sono tanti anni che lavoriamo per arrivare al meglio a questo appuntamento, possiamo fare bene».

Con quali aspettative affrontate questa edizione dei Giochi?

«Il quinto posto ottenuto a Vancouver è stato un grosso rammarico, ci siamo giocati l’entrata ai playoff per un soffio. Diciamo che sarebbe bello riprenderci quello che abbiamo perso quella volta. Sarà un torneo duro, con tante squadre preparate e formate da professionisti».

Voi invece dovete fare ancora i conti prima con il lavoro e poi con lo sport.

«Esatto, io lavoro alla Seam proprio negli uffici dello stadio Olimpico qui a Cortina. Purtroppo nessuno di noi pratica curling come professionista stipendiato, anche se abbiamo avuto tutti gli aiuti possibili e immaginabili per arrivare a queste Paralimpiadi. La riforma dello sport in questo senso è stata una manna dal cielo, ci ha concesso di prenderci dei permessi per praticare curling senza rimetterci. Una volta per partecipare alle gare spendevi tutte le ferie».

Come è cambiata la sua vita da quell’incidente che l'ha costretto alla carozzina?

«Ero molto giovane, mai avrei pensato di riuscire a fare sport dopo l’incidente. Ed invece nell’87 ho iniziato a far parte del gruppo costruito da Renzo Colle dell’Assi Belluno. Eravamo tanti disabili che si sono cimentati in discipline diverse. Io all’inizio mi dedicai allo sci di fondo, ho partecipato ad Albertville, poi ho deciso di fare famiglia e sono nate le mie due figlie Eugenia e Valeria. Così le mie energie le ho messe tutte nel fare la mamma».

Ha spesso raccontato che per lei il fondo era diventato un’ossessione, può spiegarci meglio?

«Anche per questo ho smesso per un periodo di fare sport. Mi sentivo malata. Se non mi allenavo stavo male, era diventato troppo. È la stessa paura che ho avuto quando mi hanno convinto a provare il curling, ma le cose sono per fortuna andate diversamente».

Ci racconti.

«Il curling mi piaceva, un giorno mi hanno chiesto di provare. Hanno organizzato una reunion di amici e con la scusa di ritrovarsi per fare due tiri e bere una birra non mi sono più fermata. Era il 2007 e poco dopo quella sera mi sono ritrovata a partecipare al campionato italiano. Poi Vancouver, insomma non ho più smesso».

Cosa le piace di questo sport?

«Ho da sempre trovato un bell’ambiente nel mondo del curling. È uno sport che mi ha permesso di fare tante amicizie, di conoscere tanta gente e di visitare molti posti».

In questi ultimi anni avete fatto tanti tornei internazionali, vi sono serviti?

«Ci hanno permesso di fare tanta esperienza. Ultimamente abbiamo partecipato all’Euro League e al primo Grand Slam dedicato al wheelchair, un evento sperimentale in Canada affiancato al circuito maggiore. È stato bello, anche perché è stata organizzata una serata di curling inclusivo: una partita tra squadre formate da due atleti normodotati e due in carrozzina. Chissà che non diventi qualcosa di originale da proporre in futuro».

Intanto però c’è da concentrarsi su queste Paralimpiadi. Come le è sembrato l’Olimpico?

«Un gioiellino. Sono stata chiamata per fare un test e vedere le criticità che potevano esserci, ma devo dire che dal punto di vista dell’accessibilità si è fatto un ottimo lavoro. La speranza è che poi, finito questo evento, venga finalmente costruito il curling centre. Intanto non vediamo l’ora di iniziare». 

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