La sciatrice Magoni: «L’impresa di Brignone figlia del suo tempo»

Paoletta Magoni vinse la prima storica medaglia italiana in slalom a Sarajevo 1984: «Oggi la medicina allunga la carriera, ai miei tempi uno stop così la chiudeva»

Gianluca De Rosa
Paola Magoni, oro in slalom alle Olimpiadi di Sarajevo nel 1984
Paola Magoni, oro in slalom alle Olimpiadi di Sarajevo nel 1984

Un salto indietro nel tempo. Medaglie d’oro olimpiche a ritroso: quella conquistata da Federica Brignone l’altro giorno a Cortina e quella che nel 1984 a Sarajevo portò la firma di Paola Magoni, detta Paoletta, anche lei - come Brignone - cresciuta in una famiglia di sportivi, come il fratello Oscar, ex calciatore.

Da Selvino, paesino di poco meno di duemila anime situato alle porte della Val Seriana, al tetto del mondo. Ancora oggi il ricordo è nitido, di quella che fu la prima storica medaglia d’oro conquistata dall’Italia in una rassegna olimpica nello sci alpino femminile.

Miti e leggende a confronto in questi giorni di Milano Cortina 2026.

Paola Magoni, al netto delle discipline, super gigante per la Brignone, slalom speciale per lei, c’è qualcosa che accomuna le vostre due storiche imprese olimpiche?

«Parliamo di due epoche diverse ma una medaglia d’oro ha un fascino unico per chi pratica sport e sogna di arrivare ad alti livelli. L’impresa di Federica Brignone ha dell’incredibile. Ha compiuto un recupero fisico straordinario. È una ragazza che ha una forza interiore ed una grinta fuori dal comune, conoscendola ho sempre pensato che sarebbe andata alle Olimpiadi solo nelle migliori condizioni utili per concorrere alla medaglia. Non ho mai creduto ad una sua partecipazione solo per poter dire “ci sono”. Gli atleti vincenti come lei non conosco la parola “partecipazione”. E così è stato. Ha vinto perché sta bene, è in condizioni ottimali anche dal punto di vista mentale, aspetto non secondario per chi pratica questo sport».

Ai suoi tempi sarebbe stato possibile effettuare un recupero da record come quello che ha fatto Federica Brignone dopo il grave infortunio del 3 aprile 2025?

«Non scherziamo. Ai miei tempi bastava un legamento saltato per chiudere anzitempo la carriera. Lo sci di oggi è uno sport molto diverso. Federica ha vinto l’oro olimpico a 35 anni, ai miei tempi a 25/26 ci si ritirava. Ma è giusto così. È l’evoluzione dei tempi, il mondo va avanti».

Che idea si è fatta di queste Olimpiadi invernali?

«Una grande festa. Da bergamasca legatissima alla mia terra, sono molto felice per le medaglie di Goggia e Moioli. Ma un plauso speciale va a Giovanni Franzoni. Sta facendo cose straordinarie, finalmente anche lo sci alpino maschile sta tornando a brillare di luce propria. Franzoni è senza dubbio la nota lieta di questa olimpiade, se devo indicare un nome che non sia quello di Federica Brignone naturalmente».

C’è qualcosa che finora non le è piaciuto invece?

«Il trattamento ricevuto dal bobbista ucraino Heraskevych, punito a mio avviso senza un reale motivo che abbia a che vedere con una manifestazione sportiva come quella olimpica. Voleva ricordare un suo amico scomparso, ma qualcuno ne ha voluto fare per forza una questione politica. Sbagliando».

Che significa per un atleta vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi?

«Ti cambia la vita. Della mia se ne continua a parlare nonostante siano passati “solo” 42 anni. Un argento o un bronzo sono traguardi straordinari, ma la storia si ricorda solo le medaglie d’oro».

Chiusura dedicata ai movimenti giovanili, tema peraltro a lei caro visto l’impegno nella crescita dei futuri campioni dello sci alpino.

«Ben venga l’attività dello Ski College di Falcade, ma servirebbero molte più realtà di quel tipo in tutta Italia. Ma non è facile abbinare studio e sci, l’impegno è gravoso anche per le famiglie. Lo sci è uno sport complesso a livello logistico, ci sono poi i costi elevati. La scuola dovrebbe favorire maggiormente la pratica sportiva dei giovani atleti». —

 

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