Paolo De Chiesa: «Sicurezza in pista, ora serve una svolta»

L’ex sciatore della Valanga azzurra è duro contro la Federazione: «Le regole andavano cambiate ben prima degli incidenti di Matilde Lorenzi e Matteo Franzoso»

Jacopo Dal Pont
Paolo De Chiesa (al centro) insieme a Elisa Calcamuggi (a sinistra) figlia dell’ex ct della Valanga azzurra Piermari, e a destra Deborah Compagnoni (a destra) ex sciatrice e prima atleta ad avere vinto l’oro in tre diverse edizioni dei Giochi olimpici invernali
Paolo De Chiesa (al centro) insieme a Elisa Calcamuggi (a sinistra) figlia dell’ex ct della Valanga azzurra Piermari, e a destra Deborah Compagnoni (a destra) ex sciatrice e prima atleta ad avere vinto l’oro in tre diverse edizioni dei Giochi olimpici invernali

Semplicemente il più giovane della Valanga azzurra, con dodici podi in Coppa del Mondo, e dal 1993 voce dello sci in Rai. Paolo De Chiesa si racconta nella sua autobiografia “Ho sfiorato il cielo” (edito da Minerva), che sta presentando di questi giorni nelle librerie italiane. E lo fa portando alla luce molti aneddoti e spunti, sia tra quelli raccontati nel libro, sia tra alcune considerazioni sullo stato dello sci moderno.

Partendo dalla sua autobiografia, come mai il titolo “Ho sfiorato il cielo”?

«Ha un doppio significato. Il primo è sportivo, perché facevo parte della Valanga azzurra ma non mi sono mai sentito un campione. Il secondo è più pesante, riguarda l’incidente nel quale la mia ragazza mi sparò un colpo di pistola a 22 anni».

Passando a un tema su cui lei è purtroppo uno dei pochi ad esprimersi, cosa si sta facendo a livello di sicurezza per gli atleti?

«Per quanto riguarda gli allenamenti abbiamo visto lacune enormi, con due morti negli ultimi due anni. Peggio di così non poteva andare. La FISI doveva modificare le regole sulla sicurezza ben prima dell’incidente di Matilde Lorenzi (ottobre 2024, ndr), dato che è da anni che si scia in ghiacciaio su tracciati paralleli appiccicati l’un l’altro, con quei cumuli di neve dura a bordo pista come quelli su cui si è schiantata la giovane atleta. Purtroppo non si è intervenuti, e così è morto anche Matteo Franzoso. Se lo sci italiano si fosse fermato a cercare una soluzione, non avrebbero permesso ad atleti della nazionale di scendere su una pista dove una palizzata in legno avrebbe comportato, in caso di errore, un impatto fatale ad alta velocità».

https://www.ilnordest.it/dossier/olimpiadi-milano-cortina-2026/olimpiadi-de-chiesa-sicurezza-piste-sci-kunphhg1

Si dà spesso la colpa ai materiali sempre più performanti. Cosa si può fare in questo senso?

«Ci sono due problemi. Il primo riguarda le misure da prendere in allenamento; l’altro concerne la Coppa del Mondo, decimata in questi anni da infortuni di atleti come Kilde, Vlhova, Brignone o Shiffrin. Con questi materiali si viaggia a velocità altissime, e l’atleta può essere tradito da queste famigerate spigolate, in cui lo sci prende all’improvviso un binario anomalo e chi è sopra non può fare nulla per tenere il controllo. Si dovrebbe ragionare anche su questo ma temo che non succederà niente».

Si è visto in questa stagione un cambio di prospettiva della FIS sulla preparazione delle piste, bagnandole meno. Può essere una soluzione?

«Per me questo è un problema ulteriore. Al contrario di queste barrature “dolci”, sul ghiaccio vivo le spigolate non succedono: lo abbiamo visto a Schladming, dove non ci sono stati incidenti di questo tipo. La loro è una buona intenzione, così facendo si è portati a preparare lo sci in maniera meno aggressiva. Sul ghiaccio al massimo si scivola, ed è molto più sicuro rispetto allo sci che parte per la tangente. Questa però è una mia opinione, che evidentemente non collima col pensiero della FIS».

Passando alle Olimpiadi, che differenze ci sono rispetto a vent’anni fa?

«C’è una differenza sostanziale. Torino 2006 era organizzata intorno a pochi siti vicini, qui c’è una dispersione enorme tra Milano, Cortina, Livigno, Bormio e Anterselva. Per gli atleti può essere una cosa negativa: lo spirito olimpico contempla la frequentazione, cosa impossibile con villaggi così distanti».

Le donne a Cortina e i maschi a Bormio. Due piste storiche rispetto alle recenti Olimpiadi…

«Dopo due edizioni in Oriente si torna sulle Alpi, le montagne più belle del mondo. Non è che le piste in Corea e Cina fossero brutte, ma non erano della Coppa del Mondo. Queste invece sono tra le più spettacolari, un palcoscenico».

Come si presenta l’Italia dello sci a Milano Cortina?

«Nel maschile abbiamo un’ottima squadra di discesa, da Paris a Franzoni fino al giovane Alliod, assente ai Giochi ma che ha dimostrato di andare molto forte. Nelle discipline tecniche, invece, siamo scarsi: a parte Vinatzer in gigante, non c’è nessuno che possa sognare una medaglia. Al femminile il discorso è simile. Abbiamo una squadra di velocità eccellente con Goggia e Pirovano, mentre in gigante c’è la Brignone, che ha fatto un miracolo a esserci dopo lo scorso anno. In speciale abbiamo Della Mea e Peterlini, ma non sono ancora da medaglia. Ci sono poi le giovani Trocker e D’Antonio (classe 2008 e 2009, ndr), che faranno sicuramente una bella esperienza, ma trovo vadano lasciate in pace. Questa decisione è un salto nel buio perché nessuna delle due si è mai qualificata per una seconda manche in Coppa del Mondo, e mi sembra sia una reazione al caso Colturi, scavalcando altre atlete».

Nelle altre nazioni ci sono sempre più giovani che collezionano risultati in Coppa. Cos’è che non funziona nel sistema Italia?

«Per chi non lo sapesse i norvegesi fino ai 12 anni fanno pochissime gare e allenano la destrezza praticando altri sport. I nostri, invece, a 6 anni sembrano già professionisti. Nonostante un bacino d’utenza enorme, tra Alpi e Appennino, non riusciamo a far emergere ragazzi. I costi sono sempre più proibitivi, e un genitore non può spendere 20 mila euro a stagione per un bambino di 10 anni. Così, il movimento non può che calare».

Quale potrebbe essere una soluzione?

«Mettere un limite al numero di gare stagionali potrebbe aiutare. Bisogna cambiare del tutto visione. Questi bambini a 16 anni sono già stanchi dello sport. In più, la mania di fare pali dalla mattina alla sera fa solo male: si impara a sciare in pista, come hanno fatto campioni come Gustavo Thoeni, Piero Gros, Compagnoni, Tomba, Rocca, Brignone o Goggia. Nessuno di loro ha iniziato facendo pali».

In altre nazioni questa cosa è diversa?

«Fanno sicuramente meno gare di noi, lo posso garantire. Purtroppo in Italia è tutto portato all’eccesso e questo non va bene».

Concludendo: qual è il suo ricordo più bello e il maggiore rimpianto?

«Il ricordo più bello è l’ingresso nella Valanga azzurra e il podio a Madonna di Campiglio dopo tre anni di inferno per l’incidente di cui parlo nel libro. Rimpianti non ne ho perché ho dato tutto me stesso. Semplicemente non ero bravo come altri, ma si può essere contenti quando si è dato il massimo. E io, l’ho fatto».

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