Le arti, le idee e la poetica degli incroci: la cerimonia olimpica, come l’abbiamo vista noi
Il concetto di Armonia non era facile da declinare nell’evento «diffuso» e anche un po’ confuso. Ma trionfa l’Italia delle arti: danza, teatro, cinema, musica e la scultura

La cerimonia di inaugurazione di un’Olimpiade è un teatro di simbologie e di scelte. Luci a San Siro, un nuovo film per Cortina: eccoci, mondo. È l’epitome scenica di tanti sforzi, di un cammino lunghissimo pieno di ostacoli. La guardi e senti risuonare la poetica degli incroci, che non è una melodia unica: c’è lo sport ovviamente ma anche il business, lo scacchiere internazionale, l’identità nazionale e continentale, il contesto storico, i minuetti della diplomazia. Poi la maledetta guerra, che è sempre lì come un bandito dietro l’angolo degli eventi sportivi. E con lei la pace, doverosa a parole e distante nei fatti. Ci sono l’arte, la tattica mediatica e la tecnologia. Ma soprattutto c’è l’intento di rivolgersi a noi; e noi, per una volta, siamo proprio tutti. Siamo gli abitanti del pianeta. Che cosa volevano dirci?
Pechino 2008 puntò su tecnologia e architettura come vetrina della Cina moderna. Londra 2012 (struggente, memorabile nella sua umanità) ricordò la diversità culturale e i diritti civili. Tokyo 2020, ferita e posticipata, ha combinato tradizione e resilienza, dopo la pandemia. E stavolta? Ci hanno consegnato una parola chiave, è “armonia”.
Ma armonia tra cosa? Il bel canto, il Colosseo e la Torre di Pisa, i tubettoni che sgorgano colori, le moka. Quante contaminazioni, senza paura: Valentino Rossi e Mattarella, Verdi e la Carrà, Mameli e la Pausini, e centurioni e gli stilisti. La poetica degli incroci. Ci siamo mostrati, ci siamo esposti. Chi siamo, oggi, noi italiani? Non possiamo competere nei Grandi Numeri della società globale, ma conosciamo la bellezza. Così, magari, la coltiviamo. La corteggiamo, sperando di non tradirla.
Certo, non tutto può funzionare. Quel Puccini sembra D’Alema, le delegazioni arrivano in una specie di estenuante maratona techno, i compositori vanno alla playa e c’è lo spettro del trash che si aggira, o quantomeno incombe. Ma trionfa l’Italia delle arti: danza, teatro, cinema, musica e la scultura. Leopardi infinito, Fellini, in questo gioco nessuno ci batte, abbiamo un Dream Team, Canova è più vivo, candido e puro di ogni rockstar. E c’è di bello che gli atleti, lungo le passerelle, si fanno pochi selfie, non abusano dei telefoni: una cosa che si nota.
Cortina, almeno vista con il telecomando in mano, è meno pirotecnica. Sugli schermi non si vede folla, sembra una festa ma non un evento epocale. La star vera è l’Olympia delle Tofane illuminata, bellissima, tutti l’ammirano. Ma la sfilata, per allinearsi ai tempi milanesi, ha tanti vuoti tra una nazione e l’altra. Magari è colpa della tv. O del freddo. O della differenza di risorse tra il super show metropolitano e la moderazione alpina, che è abissale. Oppure la colpa è di divieti, permessi e segreti; della sagra del pass imperante, delle blindature. Uno pensa: mi precipiterò un’altra volta. Troppe regole davanti alla Casa delle Regole.
Mariah Carey – divinità pop, sovrana dei decibel e gran sacerdotessa dei tormentoni natalizi – accarezza la notte. E tu puoi volare, nel blu dipinto di blu. Ora gli atleti proveranno a salvarti, almeno per due settimane, ancora una volta. Il mondo pian piano sparisce lontano, laggiù. Tutti gli occhi sono un cielo trapunto di stelle e la musica dolce dello sport suona soltanto per te.
Riproduzione riservata © il Nord Est











