Dalla guerra a Cortina ’56: Giulietta Bareato, una vita in montagna: «Il senso dei Giochi è avvicinare i popoli»

Testimone della guerra, delle Olimpiadi di Cortina del 1956 e di ottant’anni di Cai, Giulietta Bareato ripercorre una vita vissuta tra le Dolomiti, l’impegno civile e l’amore nato in vetta. «Lo sport deve unire i popoli».

Rossana Santolin
Giulietta Bareato
Giulietta Bareato

«Queste siamo e io e mia madre a Roma in udienza privata da Papa Woytila, allora lei aveva 102 anni. Era una donna tenace, veneziana dura e pura. Si fece corteggiare da mio padre per dieci anni prima di accettare la sua proposta di matrimonio». Giulietta Bareato comincia da una delle fotografie che punteggiano la cassapanca in soggiorno.

Si passa dalla storia della sua famiglia, all’emozione delle Olimpiadi di Cortina del ’56, fino al più recente impegno con le scuole dove porta la testimonianza di chi ha vissuto la guerra sulla propria pelle.

Immagini e aneddoti si mescolano uno dopo l’altro nel fiume in piena del ricordo. Presidente onoraria dell’associazione ex internati (Anei) di Conegliano, cresciuta fra la città del Cima e le vette cadorine, Giulietta ha 99 anni (il traguardo dei cento a ottobre prossimo), di cui 80 anni come socia del Cai. La montagna e l’impegno sociale sono i punti fermi della sua vita.

La montagna tra amicizie e amori

«A casa i miei fratelli non parlavano che di montagne. La prima camminata? A sei anni. Mamma e papà ci svegliavano all’alba per andare a prendere l’aria fresca sulla collina del castello di Conegliano».

Un piccolo dislivello ma sufficiente per scoprire il piacere di raggiungere una cima. «A nove anni mi mandarono per l’estate alla colonia Vazzoler a Pieve di Cadore, mentre a 11 anni al San Boldo ho messo i primi sci. Da allora solo la guerra mi ha separata dalla montagna fino al 1946 quando mi sono iscritta al Cai di Conegliano e da allora ho collezionato 80 bollini. Ho smesso di sciare a 75 anni, non tanto perché il fisico me l’impediva ma perché non erano rimasti tanti coscritti con cui organizzare le uscite» ironizza.

Borca di Cadore è la seconda casa di Giulietta Bareato, luogo d’origine del marito, Bortolo Perini.

Anche il loro amore, così come tante amicizie, è sbocciato tra le montagne. «Vidi “Meo” per la prima dopo la guerra alla stazione di Conegliano, rientrava assieme a mio fratello dopo due anni di prigionia nei lager nazisti in Pomerania e in Polonia.

La proposta di fidanzamento arrivò la notte di Capodanno del ’47 sul Col Visentin. Eravamo arrivati in vetta dopo sei ore di camminata con gli sci in spalla sotto la bufera di neve. Al rifugio, oltre al vin brulè e al classico minestrone mi aspettava la promessa di una vita assieme. Mi offrì un’orchidea.

Da allora ogni 31 dicembre mi donava lo stesso fiore. Da quando è mancato sono io a portare un’orchidea nel luogo in cui riposa». La cima delle Prealpi bellunesi resta il luogo del cuore di Giuletta che in ottant’anni di uscite con il Cai ha esplorato le Dolomiti in lungo e in largo.

«Oggi i rifugi come alberghi»

«Nei decenni ho visto cambiare il modo di vivere la natura in alta quota, purtroppo è un’esperienza che ha perso autenticità» riflette.

«Montagna significa partire all’alba con l’essenziale e la voglia di raggiungere il rifugio, la cosa che più mi dà soddisfazione. Immaginate negli anni quaranta cosa voleva dire salire a 1.800 metri senza impianti. Oggi in molti si improvvisano, partono tardi, senza la giusta attrezzatura e quando arrivano al rifugio pretendono di trovare i servizi di un albergo. Quello che non manca mai è il telefono per scattare qualche foto di effetto. Anche noi facevamo le foto, ma per immortalare momenti di amicizia e di vita vissuta» prosegue pescando da una scatola colma di scatti in bianco e nero. I bordi frastagliati e ingialliti incorniciano date scritte a mano. Una ritrae Giulietta dodicenne, sorridente sugli sci: era il 1938.

«L’altro aspetto che mi rattrista è vedere che la montagna, e la pratica dello sci in particolare siano sempre meno accessibili. I costi per sciare sono aumentati vertiginosamente: le famiglie che lo desiderano faticano ad avvicinare i figli allo sport invernale».

Le Olimpiadi del 1956

Dalla miniera di fotografie spunta l’immagine ingrandita del pattinatore Guido Caroli durante l’accensione del braciere olimpico allo stadio del ghiaccio di Cortina nel ’56. «Di quei giorni resta il senso di euforia nell’essere testimoni di un evento di portata mondiale. Lo spirito sportivo era fortissimo e così la partecipazione della comunità. Gli atleti erano euforici quanto noi e non si sottraevano alle foto» prosegue indicando lo scatto con Toni Sailer, il lampo nero di Kitzbühel.

«Prendevamo il treno e poi ci spostavamo a piedi per assistere alle gare. Si macinavano chilometri per raggiungere le piste del Druscié e delle Tofane. Le mie discipline preferite? Lo slalom gigante e il pattinaggio. Ma l’emozione più grande l’ho provata all’arrivo della fiaccola olimpica a Borca. Queste Olimpiadi? Un po’ fiacche e adombrate dalle polemiche secondo Bareato.

«Mi auguro che siano l’occasione per riscoprire lo spirito sportivo con cui le abbiamo accolte nel ’56 senza perdere di vista il vero obiettivo dei Giochi: unire in popoli. Ne abbiamo bisogno più che mai». 

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