Barbera a fine Mostra: «Il cinema italiano si rinnovi»
Il direttore della Mostra Barbera traccia il bilancio, duro sui rincari al Lido, dalle stanze ai ristoranti: «Non siamo una mucca da mungere fino all’esaurimento. Ci rimettiamo tutti»

Nessuna disfatta del cinema italiano, più 14 per cento di biglietti venduti e un Lido che deve smettere di trattare la Mostra del Cinema come una «mucca da mungere». È la mattina dopo la consegna dei Leoni (ieri, ndr), il direttore della Mostra Alberto Barbera traccia un bilancio dal suo ufficio nel palazzo del Cinema. Un nervo scoperto è l’assenza di premi ai cinque film italiani in Concorso (eccezione, ma nella sezione Orizzonti, per I figli della scimmia di Tommaso Landucci con Riccardo Scamarcio).
Il dito e la luna
«Se c’è un problema per i film italiani perché non riescono a sfondare, far ricadere la colpa sui selezionatori è come guardare il dito invece della luna», mette in chiaro Barbera. I registi italiani in Concorso non li ha sentiti, ma dal mondo del cinema qualcuno comincia ad alzare la mano perché si faccia una riflessione sul sistema e si cambi.
«Bisogna affrontare a monte la scelta dei temi, le modalità linguistiche ed estetiche che evidentemente non sono adeguate rispetto alla contemporaneità se il nostro cinema non regge il confronto con gli altri film internazionali», premette Barbera, «lo ribadisco, la selezione italiana era più forte del solito, i film erano buoni, non serve autoflagellarsi».
Non è “colpa” delle giurie
Ricordiamo gli italiani in Concorso: Nanni Moretti e il suo ritorno al Lido dopo 37 anni di assenza con Succederà questa notte, Andrea Pallaoro con The Echo Chamber, Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro, Paolo Strippoli con L’estranea e Marco Bechis con Ritorno a Buenos Aires.
«I premi sono relativi», riprende il filo Barbera, «lo diciamo ogni anno ma diventano la pietra dello scandalo. Sono l’espressione di un gruppo di persone che ha dovuto trovare dei compromessi, come sempre». Insomma, «caricare di responsabilità eccessive la giuria per esprimere un giudizio globale sul cinema italiano è un errore che non bisogna assolutamente fare».
Novità che non si colgono
La questione è per forza di cose più ampia. «Questi cinque film mi sono sembrati rappresentativi di uno stato del cinema italiano ricco di contenuti significativi, anche novità, innovazioni, tentativi di sfuggire al cinema più tradizionale, ma che non è arrivato alla giuria e a una parte della critica internazionale», ragiona Barbera.
Come ogni anno da quando la Mostra porta numeri in crescita, si pone poi il tema degli spazi e dei prezzi alle stelle al Lido. «È un grosso problema, sia per chi viene sia per chi ha rinunciato a venire alla Mostra, e sono in tanti», dice Barbera, «l'aumento dei prezzi che hanno subito le camere d'albergo, l'affitto degli appartamenti, i costi dei ristoranti, dei bar è assolutamente ingiustificato ed è al limite della speculazione, è moralmente inaccettabile». Barbera non usa mezzi termini: «Non si può trattare la Mostra del Cinema come una mucca da mungere fino all’esaurimento».
Cannes meno esosa
Il metro di paragone va dritto a misurare gli altri festival, con i partecipanti dall’estero alla Mostra che hanno ribadito a Barbera che andare a Cannes sia molto meno costoso. «Questo giustifica il fatto che molti non siano venuti», continua, «altri non verranno in futuro se si prosegue su questa linea. Ci rimettiamo tutti e, in prospettiva, ci rimette anche il Lido. Si deve lavorare tutti insieme, comprendendo che non si può aumentare del 40 per cento di punto in bianco i costi di un affitto e respingo al mittente la logica della domanda e dell’offerta». Ma trovare una soluzione non è semplice, pur nel dialogo con le istituzioni, in primis il Comune.
Altro tasto dolente, l’accessibilità dell’hotel Excelsior, da sempre uno dei luoghi cardine per la Mostra: «Da accogliente si è trasformato in un luogo di respingimento», dice Barbera, «questo è un altro grosso problema: l’Excelsior funzionava perfettamente, era un punto dove produttori e venditori incontravano i distributori, i registi i giornalisti. Tutti i festival hanno luoghi che funzionano in questo modo».
Poi, evergreen è la questione spazi per le proiezioni: da un lato con la continua ricerca al Lido di altri luoghi per il festival, dall’altro anche con il desiderio degli operatori di sale per fare proiezioni di mercato. E una sala grande dove si è ridotto il più possibile il contingente a disposizione del cerimoniale per biglietti omaggio e sponsor.
La caccia al tesoro
Tornando sul campo del cinema, Barbera insiste su un problema di comunicazione di fondo. «Non c’è nessuna disfatta del cinema italiano, mi auguro che questi film trovino un loro pubblico», afferma, «sappiamo anche che lo stato attuale della situazione delle sale è di luci e ombre. L’attenzione degli spettatori si concentra su certi titoli e sulla capacità dei distributori di promuoverli».
Da un lato quindi ci sono i film promossi da una forte campagna di marketing (basta pensare al fenomeno Odissea di Nolan e Spiderman), dall’altro le persone fanno fatica a scoprire che cosa ci sia in sala. «Io che mi occupo di cinema non so che cosa offrono le sale cinematografiche in una grande città, per scoprirlo devo travestirmi da Indiana Jones», ironizza Barbera, «gli strumenti di comunicazione di un tempo sono evaporati. E i film che non hanno un certo budget di promozione vengono buttati allo sbaraglio. Capire che cosa c’è al cinema è una caccia al tesoro». Venezia 83 chiude con punti fermi, e un grosso interrogativo per il cinema italiano: riuscirà a riscoprirsi e ristrutturarsi? Appuntamento a Venezia 84.
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