Elio Ciol si racconta: «Fu un ufficiale nazista a mostrarmi le rughe dei contadini friulani»

La famiglia di Casarsa della Delizia è in camera oscura da tre generazioni. «A 14 anni fotografavo Pasolini. Cominciammo per fame. Ritraevamo i morti in modo che sembrassero vivi e spedivamo le immagini ai parenti emigrati in America». A novembre il docufilm sul cantore della luce e del silenzio

Stefano LorenzettoStefano Lorenzetto
Elio Ciol con una delle sue Hasselblad. Oggi ha 97 anni. Vive da sempre in provincia di Pordenone
Elio Ciol con una delle sue Hasselblad. Oggi ha 97 anni. Vive da sempre in provincia di Pordenone

Ha sposato una donna nata nel paese dove riposa san Francesco e ora vuole eternare quel luogo, Assisi, in un libro, l’ultimo, attraverso la pietra rosa che lo rende ciò che è, «ma ho 97 anni, quindi a completare il progetto sarà Stefano, mio figlio e mio erede».

Elio Ciol, fotografo friulano, è stato in missione nel mondo per conto di Dio, anche se quella del Padreterno è l’unica immagine che la sua mente non può catturare: «Non riesco neppure a immaginarmelo. So solo che mi pervade. Non siamo noi a comandare».

Ho raccolto una testimonianza di prima mano su questa presenza immanente nella vita di Ciol, residente fin dalla nascita a Casarsa della Delizia, il paese di Pier Paolo Pasolini, del quale fu amico e ritrattista. «Nel 1984, dal 15 al 31 gennaio, Il Sabato mi spedì in Costa d’Avorio e Burkina Faso», mi ha raccontato Renato Farina, all’epoca inviato speciale.

«Dovevo documentare la straordinaria attività di una Ong della provincia di Gorizia e l’inizio della strage per fame e colera nel Sahel, di cui nessuno si occupava ma che era già nella sua fase germinale, secondo i periodici Jeune Afrique e Afrique Asie. Robi Ronza, tra i fondatori del settimanale, volle che ci andassi con Elio Ciol. Per me era un mito. Conoscevo i suoi scatti meravigliosi sui ragazzi di don Luigi Giussani nella Bassa milanese. Mi colpì tantissimo come un professionista affermato accettasse di viaggiare con mezzi di fortuna e di dormire in hotel inqualificabili, condividendo la stanza con me. Il cristianesimo aveva impregnato di luce, di pietà e di compassione il suo sguardo. Le istantanee che scattò fra quella gente raminga e affamata, con l’uomo a piedi che conduceva l’asino in groppa al quale la giovane sposa stringeva un neonato fra le braccia, erano la contemporanea perfetta rappresentazione della Sacra famiglia di Nazareth in fuga da Betlemme verso l’Egitto. Nel Sahel ho conosciuto un Beato Angelico della fotografia, un monaco pieno di pace e insieme fremente di passione per i poveri, che per lui rappresentavano il culmine della bellezza».

Forse è dipeso dal fatto che anche Ciol è stato povero.

«Ricordo che correvo a confessarmi dal parroco, don Giovanni Maria Stefanini, perché spesso ero costretto dalla fame a rubare il pane dalla dispensa di casa», rievoca. «È da questa urgenza biologica e dalla povertà vissuta in letizia che deriva l’atavica tenacia della mia terra». Non a caso Ciol in friulano significa «prendi». Da oltre un secolo, è questo che tre generazioni di Ciol hanno sempre fatto, e non solo quando in casa loro scarseggiava il pane: prendere dal mondo che li circonda ciò che merita di essere valorizzato e tramandato. Cominciarono i fratelli Antonio ed Emilio nel 1921, aprendo a San Giovanni di Casarsa della Delizia un laboratorio fotografico che narrava per immagini la vita del popolo: ritratti, matrimoni, battesimi, prime comunioni, cresime, funerali.

I due fratelli si divisero: Emilio continuò a San Giovanni e Antonio a Casarsa, dove proseguì l’attività il figlio Elio, che ora ha passato il testimone al secondogenito Stefano, ma non ha smarrito il suo istintivo incanto per i volti, il paesaggio, l’arte, l’architettura, immortalati a partire dal 1949 in ben 218 libri fotografici e nelle immagini presenti in esposizioni permanenti delle più importanti collezioni, dal Victoria and Albert museum di Londra al Metropolitan museum of art di New York, dall’Art Museum della Princeton University al Museo diocesano e Gallerie del Tiepolo di Udine.

Temporale sulla basilica di Assisi in uno scatto di Elio Ciol
Temporale sulla basilica di Assisi in uno scatto di Elio Ciol

Il critico Alistair Crawford, dopo aver acquistato il libro Assisi, venne apposta a Casarsa della Delizia per conoscere Ciol.

Un’esposizione dal titolo «Francesco - Assisi e il respiro del sacro nella fotografia di Elio Ciol» sarà inaugurata il 28 novembre a Lucca, presso il Complesso monumentale di San Micheletto, e resterà aperta fino al 6 gennaio. Nell’occasione sarà presentato il documentario Elio Ciol - La Luce e il Silenzio, realizzato dalla società di produzione udinese Agherose con il contributo del Fondo per l’audiovisivo e della Film commission del Friuli-Venezia Giulia e con il sostegno della Cineteca del Friuli e della Confartigianato di Pordenone. Ciol racconta sullo schermo la propria vita.

Antonio Ciol, fotografo che tramandò la sua arte al figlio Elio
Antonio Ciol, fotografo che tramandò la sua arte al figlio Elio

I Ciol sono figli della miseria.

«Sì, mio padre divenne fotografo spinto dal bisogno. Era nato nel 1894. Aveva combattuto contro gli austriaci sul Carso e in Carnia. Catturato ad Ampezzo, tornò dalla prigionia dopo un anno. S’ingegnò con una fotocamera di legno, munita di treppiede, tendina nera e lastre di vetro».

Che cosa riprendevate?

«Il paese era depresso. Ci costrinse a diventare ritrattisti dei morti. Li fotografavamo in modo da farli sembrare vivi».

A che scopo?

«In quegli anni i friulani partivano in massa per andare a cercare fortuna in America. Anch’io fui tentato di farlo. Quando capitava il decesso di un congiunto serviva uno scatto ricordo da spedire negli Stati Uniti al migrante. I parenti mi chiamavano a fotografare la salma ancora tiepida. Dovevi ordinare di girarla con la testa verso la finestra, affinché prendesse la luce. Non esistevano ancora il flash e i faretti».

La sua prima macchina fotografica ce l’ha ancora?

«Purtroppo no. Era uno scatolino talmente miserabile che ne ho rimosso persino la marca. In seguito mi sono potuto permettere una 6 per 9 a soffietto e una Rolleicord, sottomarca della leggendaria Rolleiflex. Ma il mio sogno era la Hasselblad».

È riuscito a realizzarlo?

«Solo nel 1966. Avevo 37 anni».

Come mai così tardi?

«Costava una fortuna. Seguirono infinite privazioni per mettere insieme i dieci obiettivi, dal 40 millimetri al 500. Adesso di Hasselblad ne ho quattro. È il tempo che mi manca».

Con la fotocamera svedese ottiene immagini migliori?

«Guardi, nel nostro mestiere d’indispensabile c’è solo la luce. Lo compresi dopo la prima mezza giornata passata in camera oscura. Uscii all’esterno e il sole accecante mi costrinse a socchiudere le palpebre, il nostro otturatore naturale. È attraverso la luce che cogli le forme della natura, l’anatomia interna del creato. Cambia il tuo modo di vedere».

Elio Ciol con due fotografie scattate all’amico Pier Paolo Pasolini. «Ero coetaneo e compagno di giochi di suo cugino Nico Naldini»
Elio Ciol con due fotografie scattate all’amico Pier Paolo Pasolini. «Ero coetaneo e compagno di giochi di suo cugino Nico Naldini»

È vero che a soli 14 anni ritrasse Pier Paolo Pasolini?

«Certo che è vero. Ero coetaneo e compagno di giochi di suo cugino, Nico Naldini, scrittore e poeta anche lui nato qui. D’estate Pier Paolo veniva in vacanza dalle zie a Casarsa della Delizia, il paese della madre. La prima volta che lo incontrai, io avevo 11 anni, lui 18. Stava disegnando con la sanguigna un san Sebastiano trafitto dalle frecce. Mi raccontò la storia del martire cristiano. Conoscevo il padre di Pier Paolo, Carlo Alberto, un ufficiale di fanteria molto riservato, inflessibile, e il fratello Guido, partigiano cattolico della Brigata Osoppo, trucidato a 19 anni dai titini nell’eccidio di Porzûs».

L’orientamento sessuale di Pasolini aveva qualcosa a che fare con la durezza paterna?

«Non credo. Le confesso che si tratta di faccende private nelle quali non mi sono mai voluto addentrare. Fra l’altro, si vennero a sapere solo dopo che Pier Paolo nel 1952 fu cacciato dal Pci per indegnità morale».

Molti dei primi ritratti di Pasolini furono scattati da lei.

«Una domenica del 1945 il poeta ci convocò per annunciare la nascita dell’Academiuta di lenga furlana. “Di’ a Elio di portare la macchina fotografica” ordinò al mio amico Ovidio Colussi. E così fui il ritrattista dei 17 zuvinìns riuniti per l’occasione a Versuta, dove Pasolini e la madre Susanna Colussi si erano trasferiti».

Maria Callas in visita a Casarsa della Delizia, ripresa da Ciol
Maria Callas in visita a Casarsa della Delizia, ripresa da Ciol

Il più famoso resta il primo.

«Lo fotografai quando, mentre era sul set di Medea, venne a salutare la zia Enrichetta. Lo accompagnava Maria Callas, che avrebbe voluto sposarlo. L’anno prima l’avevo incontrato alla Pro civitate christiana di Assisi. “Che ci fai tu qui?”, si stupì. Gli spiegai che proprio lì nel 1963 avevo conosciuto Rita, una ragazza del luogo che due anni dopo era diventata mia moglie. Pier Paolo accettò di farsi fotografare nell’Eremo delle carceri. L’idea di girare Il Vangelo secondo Matteo gli venne trovandone una copia nel comodino della camera mentre era nella cittadella fondata da don Giovanni Rossi».

Ma lei perché frequentava quel luogo?

«La prima volta ci andai su consiglio del mio parroco: “Se davvero vuoi imparare che cos’è l’arte, va’ ad Assisi, visita la Pro civitate christiana”. Aveva ragione. Cominciai a realizzare servizi fotografici per Rocca, la rivista della fondazione, e a partecipare ai loro convegni di studio, con personaggi come Giorgio La Pira, Roger Garaudy e Piero Bargellini».

Quando Pasolini fu ucciso a Ostia che cosa pensò?

«Niente. Ero talmente lontano da quella situazione... Non ho mai voluto indagare».

Il pittore e saggista Giuseppe Zigaina, che intervistai nella sua casa di Cervignano del Friuli, era convinto che Pasolini avesse organizzato per 15 anni, con meticolosa lucidità, un delitto-suicidio. Scrisse per Marsilio quattro libri sull’argomento, farciti con una sequela impressionante di solidi indizi.

«Conoscevo Zigaina. Ma la sua tesi del “regista martire per autodecisione”, con la finalità di consegnarsi alla storia, non mi ha mai convinto».

Va ancora in camera oscura?

«Da qualche anno non posso. I medici me l’hanno proibito per via degli acidi. Fin da ragazzo mi sono sempre preparato da solo il bagno di sviluppo con metol, idrochinone, solfito, carbonato e bromuro».

«Il piccolo chimico» per lei non era un gioco.

«Le svelo un segreto: io mica volevo diventare fotografo. Il mio sogno era quello di fare il meccanico. Avevo la frenesia dello sperimentare. Nel 1945, invece di pensare alla nostra casa che era stata bombardata, comprai una bobina di pellicola all’infrarosso, un residuato bellico. La usavano gli Alleati per le foto aeree, in quanto eliminava la foschia. Mi accorsi subito che con quella pellicola i cieli risultavano più scuri, quasi neri, le nuvole più bianche, le foglie di un verde clorofilla. Ne feci una forma espressiva».

 

Adesso in camera oscura ci va Stefano.

«L’unico figlio maschio, quindi il mio erede naturale. È da quando aveva 7 anni che mi segue nel lavoro».

Sette anni? Oggi sarebbe sfruttamento minorile.

«Beh, veniva con me quando non era impegnato a scuola, si capisce. Mi accorsi che sarebbe stato in grado di prendere il mio posto il giorno in cui lo portai a fotografare i mosaici della basilica di Aquileia. Un’operazione pericolosa. Entrammo dal tetto per poter scattare le immagini in verticale. Si apriva una botola e si camminava sulle travature del soffitto a carena di nave rovesciata. Dovemmo tirar su con una corda, dal pavimento, tutta l’attrezzatura. Dicevo a Stefano: tieni i piedi sui legni più grossi, altrimenti cadi di sotto».

Non avevate le vertigini?

«Quelle a me vennero durante il sonno, nelle notti seguenti».

Per rimanere in tema, diciamo che la terza generazione dei fotografi Ciol si è dimostrata all’altezza.

«Sono orgoglioso di Stefano. Ha affinato un modo molto personale di leggere e interpretare le opere d’arte e l’architettura. Ma non lo dico io. Parlano per lui i volumi che ha firmato insieme a me, tra i quali mi piace ricordare La Basilica di San Francesco ad Assisi; Arte nelle Venezie sulle chiese dal Duecento al Quattrocento della Marca Trevigiana; Gli affreschi della Scuola di Conegliano; Casa Spilimbergo di Sopra in Valbruna. A 18 anni già teneva fra le mani i dipinti di Marc Chagall che dovevamo riprodurre a Nizza. Ha eseguito servizi fotografici per vari architetti, tra i quali il celebre studio fondato a Filadelfia nel 1958 da Ehrmann Mitchell e Romaldo Giurgola, che progettò il Princeton University art museum di New York, la metropoli dove oggi ha sede, ma anche l’Istituto tecnico di Maniago in Friuli».

Stefano ha imparato dal padre. A lei chi insegnò come si fotografa? Papà Antonio?

«No, un ufficiale medico nazista, durante la Seconda guerra mondiale. Aveva una Leica e ci dava da sviluppare i negativi. Nel tempo libero gli piaceva ritrarre i contadini delle nostre terre. Per la prima volta mi resi conto che i loro volti affaticati erano solcati da rughe profonde. Ho scoperto la vera natura della mia gente attraverso gli occhi di uno straniero».

A chi deve il suo successo?

«A sir John Pope-Hennessy, lo storico dell’arte britannico che aveva diretto il Victoria and Albert museum e il British museum, dal quale si dimise dopo la brutale uccisione del fratello James, lo scrittore. Era venuto ad abitare a Firenze. Vide un mio libro sui capolavori di Donatello nella basilica di Sant’Antonio a Padova. Si presentò a casa mia con il suo segretario e mi arruolò come fotografo per il catalogo che stava dedicando allo scultore rinascimentale».

Ha mai pensato di lasciare Casarsa della Delizia?

«Luigi Crocenzi, il fotografo che collaborava con Il Politecnico di Elio Vittorini, mi convinse ad andare a Milano, alla Fondazione Arnaldo e Fernando Altimani. Ci rimasi per un anno. Mi sentivo un deportato. Avevo nostalgia dei campi e delle vigne del mio paese. Era come se fossi prigioniero, chiuso fra i quattro muri dell’ufficio. L’unico sollievo lo provavo la domenica: Gioventù studentesca mi chiamava nella Bassa milanese a fotografare 500 ragazzi per volta. Mi rimbomba ancora nelle orecchie la voce roca di don Luigi Giussani che mi grida: “Elio! Assisi!”. Non ho mai capito che cosa volesse dire. Glielo devo chiedere, quando presto c’incontreremo».

Sta meglio nel suo Friuli.

«È una magnifica regione, amministrata bene. Ma non vorrei essere nei panni del governatore Massimiliano Fedriga, sommerso da pressanti richieste di contributi per gli eventi culturali. Bei tempi quando si costruivano cattedrali raccogliendo le uova donate dai contadini».

Il più grande fotografo?

«Ansel Adams, il miglior fotopaesaggista. Io non sapevo manco che esistesse. Voleva conoscermi dopo aver visto alcune mie opere al Metropolitan. Purtroppo è morto prima che potessimo incontrarci. Dicevano che il suo stile ricordasse il mio».

Era grande quanto Ciol.

«Per carità! Sono giudizi altrui».

Solo Adams?

«Aggiunga Sebastião Salgado. Un monumento. Seppe trasformare il reportage sociale in grande fotografia, unendo rigore formale e attenzione agli ultimi: lavoratori, migranti, vittime di guerre e carestie. Le sue immagini conservano insieme forza documentaria, potenza epica e una riconoscibilissima qualità estetica».

Lei vinse il World press foto.

«Categoria ambiente e paesaggio: vitigni come disegni, gelsi come sculture. Non certo per reportage di guerra. Solo una volta andai in Vietnam per Il Sabato a documentare la vita di migliaia di boat people ammassati su un’isola-lager che si estendeva per meno di 1 chilometro quadrato».

Ha lavorato per la moda o per la pubblicità?

«No, ma avrei potuto benissimo farlo per campare. Pagavano parecchio».

Mai realizzato nudi artistici?

«A che scopo? A Casarsa? Il paese è piccolo, la gente mormora».

I giornalisti possono edulcorare la realtà con le parole. Lei come la corregge?

«Con un gioco di forme, luci, contenuti. Solo che serve tempo per impararlo».

Che cosa sa di Photoshop?

«Poco. Non ho l’età, come Gigliola Cinquetti. Del ticchete tacchete sa tutto mio figlio».

È vero che William Congdon, il pittore amico di Igor Stravinsky, scoprì la fede cattolica grazie a lei?

«Fui solo il fotografo del suo battesimo di conversione, che ricevette nel 1959 ad Assisi, quando aveva già 47 anni».

Quanto c’è di spirituale nella sua arte?

«Molto, mi auguro. È fatta di contemplazione. Volevo soprattutto capire perché ci troviamo su questa sfera che gira intorno al sole. Il senso religioso delle cose mi avvolge. Nel 1977 andai in Iraq per un libro fotografico. A Mosul non c’era posto in albergo. Mi misero a dormire su una branda all’aperto. Fu la più bella notte della mia vita. Il viso immerso nel cielo. Strati e strati di stelle, una quantità indescrivibile. Quant’è grande l’infinito!».

 © MARSILIO EDITORI

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