Quando le donne entrarono nella Repubblica: il voto che cambiò l'Italia

Ottant'anni fa le italiane votarono per la prima volta alle elezioni politiche e contribuirono a scrivere la Costituzione. Una conquista che ha trasformato il Paese e aperto una strada ancora oggi incompiuta

Fabiana Pesci
Una donna italiana al voto nel 1946
Una donna italiana al voto nel 1946

Non fu una gentile concessione, ma una conquista. Dopo decenni di petizioni, di promesse, di precipitose marce indietro, di illusioni, finalmente, nella primavera del 1946, le donne poterono entrare in un seggio elettorale e deporre schede nell’urna.

Finiva la storia di un Paese che da 85 anni almeno, vale a dire dall’unità d’Italia, ignorava la volontà di oltre la metà dei suoi cittadini, sordo quando si trattava di ascoltare la voce delle donne. Finiva la storia di un ritardo.

L’Italia tra le nazioni occidentali arrivava tra le ultime a deliberare il suffragio universale: in Finlandia le donne votavano dal 1906, nel Regno Unito dal 1918, in Francia dal 1944.

La conquista del diritto di voto non fu solo un atto politico, ma un passo determinante per il cambiamento della società italiana. Rappresentò una forte scossa inferta alle barriere di genere. E cambiò l’Italia.

Ottant’anni dopo vale ancora la pena rileggere le pagine di storia che furono scritte fra il 14 marzo e il 2 giugno 1946. Il voto di quelle donne, frutto di decenni di lotte, di mobilitazioni politiche e sociali, di uno straordinario e fondamentale contributo alla liberazione, era un fortissimo segnale di presenza, l’ennesima invocazione di parità, una straordinaria voglia di giustizia. Era l’inizio di un viaggio ancor oggi incompiuto. Era la pietra miliare di un percorso democratico.

Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, il 2 giugno racconta ancora il presente del Paese. Lo facciamo con uno sguardo al femminile, tra testimonianze, storie, ricerche storiche e dati.

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Il decreto

Il decreto che dava il via libera al suffragio universale porta il numero 74: approvato il 23 febbraio dal Consulta nazionale, è entrato in vigore il 10 marzo 1946, lo stesso giorno della prima tornata delle elezioni amministrative (si svolsero anche nelle domeniche successive fino a 7 aprile).

Sanciva che avrebbero potuto votare le donne con più di 21 anni, ad eccezione delle prostitute che esercitavano “il meretricio fuori dai locali autorizzati”.

 

Si votò nelle 5 tornate elettorali in 5.722 comuni (in altri 1.383 si votò solo in autunno). Furono elette oltre duemila candidate (dovevano avere più di 25 anni) e 13 furono elette sindache.

Prima sindaca veneta fu Ottavia Fontana, eletta a Veronella. Il voto alle amministrative costituì una sorta di prova generale della chiamata alle urne per il 2 giugno 1946: si votava per il referendum Repubblica-Monarchia e per eleggere i 556 membri dell’Assemblea Costituente.

Un’attesa spasmodica

Sfogliando i giornali dell’epoca si riesce a captare l’ansia, l’emozione, la gioia, la paura e anche la commozione che animava le donne. La partigiana Lula Tonini definì il voto «una cosa stupenda».

La giornalista Anna Garofalo aggiunse: «Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo fra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore».

C’era chi chiedeva alle redazioni come si doveva piegare la scheda, e chi raccomandava di non mettere il rossetto per labbra per non macchiare e quindi invalidare il voto.

Per il 2 giugno erano chiamati alle urne 13 milioni 351 mila 601 uomini e 14 milioni 610 mila 854 donne. Voterà l’89,01 per cento degli aventi diritto. Le donne candidate furono 221, ne furono elette 21.

 

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Ventuno “madri costituenti”

Sui banchi dell’Assemblea Costituente sedettero nove deputate provenienti dalla DC (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio), nove dal PCI (Adele Bej Ciufoli, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due dal PSIUP (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una dal partito dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi).

Totale 21, una donna ogni 26 deputati. Rappresentavano un po’ tutti i ceti sociali: due operaie, un’artigiana, una chimica, una pubblicista, una sindacalista, dieci insegnanti di scuola media e superiore, tre casalinghe, una funzionaria di partito e un’ispettrice del lavoro.

Cinque “madri costituenti” entrarono poi nella “Commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Carta costituzionale : Maria Federici, Angela Gotelli, Lina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti.

Solo cinque ma ognuna lasciò il segno. Nilde Jotti si è battuta per il riconoscimento della parità uomo-donna, Lina Merlin contro la discriminazione di genere, Tina Noce, sindacalista per la tutela del lavoro femminile, Angela Gotelli si impegnò per la definizione dei principi di assistenza sociale e welfare, Maria Federici per i diritti delle donne nel mondo del lavoro.

Pur appartenendo a schieramenti politici diversi, fecero spesso fronte comune per l’affermazione dell’uguaglianza giuridica fra i sessi, per il superamento dei tanti ostacoli che rendevano difficile la partecipazione delle donne alla vita politica, sociale ed economica del Paese.

In particolare, è alle madri costituenti che si devono: l’articolo 3 (sancisce il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come un diritto fondamentale); gli articoli 29, 30, 31 sulla famiglia; l’articolo 37 (“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”); l’articolo 48 sull’uguaglianza nella partecipazione politica; l’articolo 51 sull’accesso alle cariche pubbliche e ai pubblici uffici.

Alle deputate si deve anche il contributo alla stesura dell’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra.

Sui corpi e nelle menti di tante donne italiane erano ancora profondamente impressi gli orrori del conflitto: 2 mila deportate e torturate, 2.750 fucilate o morte in combattimento, 15 medaglie d’oro, tanti figli e mariti uccisi in guerra.

Perché ricordare

Ottant’anni fa con il voto delle donne è nata la Repubblica Italiana. «Ricordare questa data, in un’epoca di crescente disaffezione politica - ha detto il presidente Sergio Mattarella - è un esercizio di memoria civile fondamentale per comprendere le radici dell‘Italia contemporanea e le sfide ancora aperte nel percorso democratico del Paese».

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