Maturità 2026, perché l’esame è ancora una questione di genere

Sette tracce per la prima prova comune a tutti gli indirizzi e una sola voce femminile: quella della giornalista tedesca Wenke Husmann. La professoressa Annalisa Oboe: «Programmi scolastici non aggiornati e una questione culturale ancora aperta»

Alessia De Marchi
L’esame di maturità 2026 è iniziato il 18 giugno con la prima prova, il tema d’italiano dove un'unica traccia era dedicata a una donna
L’esame di maturità 2026 è iniziato il 18 giugno con la prima prova, il tema d’italiano dove un'unica traccia era dedicata a una donna

Maturità 2026, si parte ed è subito questione di genere. Giovedì 18 giugno le tracce della prima prova scritta comune a tutti gli istituti superiori hanno riproposto una disparità culturale che fatica a essere superata. 

Tra i primi a evidenziarla è stato lo scrittore pordenonese Enrico Galiano, insegnante, attraverso un post lapidario ma molto efficace. 

Sul suo profilo social ha scritto:

 

 

E in effetti nelle sette proposte elaborate dall’apposita commissione istituita dal Ministero dell'Istruzione e del Merito (Mim), la presenza femminile è ridotta a un'unica e isolata eccezione: quella della giornalista tedesca Wenke Husmann, inserita nella tipologia C con un articolo tradotto per la rivista Internazionale in cui parla di fascino e bellezza. 

Cesare Pavese, Vitaliano Brancati, Giuseppe Saragat, Piero Bianucci, Frank Furedi e Mario Calabresi sono i protagonisti delle altre tracce.

Una sola donna e neppure italiana nell’anno in cui, ad esempio, ricorre il centenario per il Premio Nobel per la letteratura a Grazia Deledda (era il 1926);  nell’anno in cui si celebrano gli 80 anni del voto alle donne in Italia (era il 1946); nell’anno in cui c’è chi nega il femminicidio (l’ex generale Vannacci) e chi ancora vorrebbe il maschile per indicare la propria carica (la presidente del consiglio Giorgia Meloni) (è il 2026).

Ma non è una novità. 

Dal 1999, anno in cui è entrato in vigore l'attuale esame di Stato, sono passati 27 anni e la prova di letteratura non ha mai proposto un'autrice italiana, continuando a privilegiare un canone interamente maschile.

Se c’è chi ne fa una questione di disparità di genere, c’è anche chi sottolinea che il valore di un autore non deve essere misurato con le quote rosa. 

Giusto, ma 27 anni di assenza sono forse un segnale da non sottovalutare.

Chi elabora le tracce

L’elaborazione delle tracce è affidata a un gruppo di lavoro composto da dirigenti tecnici del Ministero, docenti universitari e insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado. Ne propongono un centinaio e più. Tocca poi al ministro dell'Istruzione, ora Giuseppe Valditara, compiere la scelta definitiva per le prove ufficiali.  Ad aprile le tracce vengono affidate alla custodia di Flaminia Giorda, storica dell’arte di 63 anni, che dal 2020 guida il Servizio ispettivo e la Struttura tecnica degli esami di Stato. Con il ministro è chiamata alla massima riservatezza: le tracce vengono rese pubbliche solo il giorno della prova d’esame. 

 

E fin qui la procedura, ma i contenuti?

Una questione di genere

Quest’anno le tracce proposte hanno fatto parecchio discutere, non tanto – o non solo – per la qualità delle proposte o per i temi indicati, quanto piuttosto per la scarsa rappresentanza della voce femminile.

Annalisa Oboe, professoressa dell'Università di Padova, già prorettrice alle pari opportunità nel rettorato di Rizzuto ed direttrice per sei anni del centro Elena Cornaro per i saperi le culture e le politiche di genere
Annalisa Oboe, professoressa dell'Università di Padova, già prorettrice alle pari opportunità nel rettorato di Rizzuto ed direttrice per sei anni del centro Elena Cornaro per i saperi le culture e le politiche di genere

Abbiamo chiesto perché ad Annalisa Oboe, professoressa dell’Università di Padova, già  prorettrice per le pari opportunità durante il rettorato Rizzuto e per sei anni direttrice del centro Elena Cornaro per i saperi le culture e le politiche di genere.

«C’è una prima questione concreta», risponde, «ovvero i programmi scolastici non sono aggiornati. Resiste ancora un canone maschile che si fatica a superare. Pensate alle antologie, ancora zeppe di scrittori maschi. C’è un pregiudizio che non riconosce la letteratura fatta dalle donne. Spesso  i programmi sono corse contro il tempo: si arriva a maggio con una lunga lista di autori ancora da trattare e si sacrifica così tutto ciò che va oltre il secondo dopoguerra. Eppure le scrittrici sono tante e molto lette». 

Un caso italiano?

«Non solo. Pensiamo alla storia Virginia Woolf, scrittrice di rottura: parlava di emancipazione attraverso la letteratura e l'indipendenza intellettuale negli anni Venti del secolo scorso, tentava di scardinare i pilastri di una società patriarcale resistente al suo messaggio. Inascoltata e contestata allora e oggi, cent’anni dopo, dobbiamo ancora compiere quel salto culturale. La scuola dovrebbe essere la prima palestra per allenare le menti a queste nuove visioni».

Un problema di chi insegna?

«Il problema è più ampio, culturale. Siamo il Paese di Elena Ferrante, Susanna Tamaro, Michela Murgia, Chiara Gamberale, Margaret Mazzantini, …Eppure queste autrici restano marginali nei programmi scolastici e raramente entrano nel canone proposto agli studenti. E’ una questione di mentalità. Purtroppo siamo testimoni di una cultura che pare voler tornare indietro: assistiamo a una nostalgia per il Ventennio, per la “grande cultura” dei classici maschili come se le parole scritte da donne non avessero pari dignità di capolavori. Anche il linguaggio che torna a sovraestendere il maschile è un segnale di una questione di genere non risolta. Ci dicono che il maschile funziona bene ma attenzione: le parole sono mattoni che costruiscono la realtà».  

Come uscire da un sistema che pare involversi?

«Non ho la bacchetta magica, guardo però il panorama più ampio. Fuori dall’Italia, dall'Africa all'Australia, fino alle letterature indigene del Canada c’è molta letteratura femminile che pesa. Dobbiamo allargare lo sguardo a una dimensione planetaria. Gli insegnanti devono sentire forte la consapevolezza del loro ruolo nella formazione di menti libere. Il patriarcato continua nel linguaggio e lo ritrovo purtroppo anche in docenti donne. E’ tempo di proporre e ascoltare voci nuove, di volere fermamente il cambiamento. Anche un esame di maturità è un mattone su cui costruire coscienze e parità di genere».

 

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