L’esperta: «Mentoring e congedo paritario, così si aiutano le donne a rientrare al lavoro dopo la maternità»

Martina Gianecchini, professoressa di Gestione delle risorse umane all’Università di Padova, analizza le difficoltà delle madri nel Nord Est e propone alcuni modelli virtuosi. L’appello: «Serve un cambio culturale»

Lorenzo Borghero
Martina Gianecchini, professoressa di Gestione delle risorse umane all'Università di Padova
Martina Gianecchini, professoressa di Gestione delle risorse umane all'Università di Padova

Il mondo del lavoro per le madri italiane è sempre meno accessibile e il Nord Est non fa eccezione, anzi: la situazione continua a peggiorare. Veneto e Friuli Venezia Giulia, in questo ambito, sono scesi di diverse posizioni nella classifica stilata da Save the Children nel report Le equilibriste. La maternità in Italia nel 2026, giunto all’undicesima edizione. «Ciò che colpisce è che si continua a parlare di questo concetto di equilibriste da molti anni. Ci sono problemi strutturali che vengono segnalati ma non risolti perché mancano decisioni di lungo periodo»: lo spiega Martina Gianecchini, professoressa di Gestione delle risorse umane all’Università di Padova.

Essere mamme nel ricco Nordest: i servizi ci sono, ma lavoro e welfare (ancora) non bastano
La redazione
Lavoro femminile: dati critici nel Nord Est

Gianecchini, quali sono i problemi ignorati?

«La pandemia ci ha insegnato che si può lavorare da remoto, ma i dati del report non mostrano segnali di cambiamento in questo senso. Molte aziende richiedono la presenza, che può essere faticosa, se si devono gestire anche i figli. E poi c’è il fattore culturale: la responsabilità dei lavori domestici è ancora sbilanciata sulle donne. Serve un cambio di passo nella cultura».

Un modo per avanzare nel campo culturale potrebbe essere il congedo paritario, che coinvolge anche i padri nel delicato periodo della maternità.

«Il congedo paritario, o congedo parentale allargato, eventualmente anche sovvenzionato dall'azienda, è una misura interessante perché va nella direzione del cambio culturale. Toglie uno stigma anche agli uomini. Oggi chi prende il congedo, soprattutto quello parentale, viene talvolta stigmatizzato dagli altri maschi, dagli altri uomini presenti in azienda. Questo perché il suo ruolo non lo prevede culturalmente. Il congedo paritario non è comunque l’unica soluzione per migliorare il rapporto delle madri con il lavoro».

Quali sono le altre?

«Molte aziende prevedono già delle iniziative che permettono alla donna di non perdere completamente il contatto col lavoro nel momento in cui si esce dall'azienda per il periodo di maternità e soprattutto nel momento in cui rientra. Quindi, al di là della gestione del bambino, il tema è anche quello del rientro al lavoro: alcune aziende hanno già programmi di mentoring: le neo mamme vengono seguite da altre donne che hanno già vissuto la maternità. Così chi lo vuole può rimanere in pari. Non deve diventare uno stalking chiaramente, perché ogni donna la vive diversamente e può avere bisogno di staccare, però deve essere data la possibilità di rimanere aggiornata. Magari nel momento del rientro, bisogna fornire un supporto un po' più attento. La prima volta che ho sentito parlare di un servizio del genere sul nostro territorio è stato 4-5 anni fa dal Gruppo Veritas».

Riguardo i problemi strutturali invece: come si risolvono?

«Ci sono alcune Regioni, come l’Emilia Romagna, in cui - secondo il report - essere madri è più semplice. Cos’hanno di diverso dalle altre? Probabilmente una serie di azioni che permettono alle donne di affrontare il tema maternità con più serenità. Questo perché non lavorano con bonus una tantum, ma con interventi strutturali».

Nel Nordest i servizi non mancano: il Friuli-Venezia Giulia eccelle negli asili, per esempio, eppure questo influisce relativamente sul lavoro delle madri.

«Con le risorse talvolta non è una questione di quantità, ma di come vengono allocate e distribuite, quindi in territori distribuiti, frammentati, di difficile accesso, si deve migliorare la qualità».

In che modo?

«Nel Nordest la maggior parte delle aziende è di dimensione medio piccola, più piccola che media. Questo rende una serie di azioni difficili da realizzare. Parlando con alcuni imprenditori ho avvertito il desiderio di costruire asili aziendali e si noti che parliamo di realtà con lavoratori prevalentemente maschi. Alcuni facevano notare che non avevano risorse per un asilo aziendale o comunque uno nelle vicinanze. La presenza di asili in zona renderebbe l’azienda più attrattiva. E sarebbe un aiuto per le madri».

 

Riproduzione riservata © il Nord Est