Non è amore, è possesso: la sfida alla stampa per cambiare la narrazione della violenza
L'appello per rompere gli schemi del passato: dare il giusto nome al controllo e alla premeditazione prima che sia troppo tardi e che ci siano ancora, altri, femminicidi

"Tuo anche se non posso più esserlo". Leggo, venerdì 4 settembre.
Immagini prese da Facebook senza tutelare la vittima, insinuando dubbi su di lei. Si parla di liti, di foto recenti insieme in cui sembravano felici. Lorena Isceri è lo specchio di una cultura che non funziona, di una stampa che continua a relegare la narrazione dei femminicidi in un racconto sensazionalistico. Oggi è Lorena Isceri, ieri molte altre donne sono state ingabbiate in questa narrazione favolistica che racconta i femminicidi come una storia d'amore, un tormento di passione finito male.
I dati però parlano chiaro: Maria Dell'Anno, in "Parole e pregiudizi", ha analizzato 26 casi di femminicidio tra il 2019 e il 2020, osservando come sono stati raccontati dalla stampa. Dai suoi studi emerge che i giornali utilizzano alcuni frame narrativi che inglobano i fatti dando loro senso. Il problema nasce quando un frame narrativo diventa l'unico modo per raccontare un fatto, e i lettori imparano che quel fatto, nella realtà, si legge così: attraverso una serie di parole preconfezionate. La risposta è questa: deresponsabilizziamo il carnefice, isoliamo il fatto (non è più culturale se sembra essere successo solo quella volta), colpevolizziamo la vittima.
E alla fine? La stampa non costruisce un contesto sociale che ci permette di leggere il femminicidio come una questione culturale.
Secondo l’autrice i frame narrativi si alimentano attraverso le parole scelte dai media: raptus, passione, lite, amore, gelosia. Parole accostate al concetto di amore invece che a quello della violenza. Le parole, però, da sole non possono tutto. Potremmo dire che il pensiero non esiste prima e indipendentemente dalla lingua che lo genera.
Se l'unica categoria disponibile, che troviamo sulla stampa, per "uomo che uccide la partner" è "omicidio passionale", quel pensiero è l'unico che riecheggia nella nostra mente, non perché sia l'unica spiegazione possibile del fatto ma perché è l'unica che i giornali ripropongono sotto i nostri occhi.
Questo significa che il problema non si risolve esclusivamente correggendo.
Sostituire "omicidio passionale” con "femminicidio" in un titolo, lasciando intatta la struttura del racconto: il movente, l'empatia per lui, le foto rubate a lei non cambia il pensiero, cambia solo l'etichetta sopra lo stesso pensiero. È un'operazione sicuramente utile che rimane però in superficie e lascia esattamente dov'era il pensiero che ormai ci siamo creati.
Il compito della stampa è scegliere, ogni volta che scrive, parole che rendano visibile quello che oggi , invece, fatica a rendere visibile: il controllo, il possesso, la premeditazione, il contesto in cui avviene il fatto.
Chiediamo ai media di rompere quegli schemi preconfezionati ed utilizzati fino ad ora per raccontare i femminicidi e le violenze. Questo è il vero passaggio dal correggere al decostruire.
Decostruire pone la necessità di modificare la domanda “conosco un modo diverso di raccontare questo fatto di cronaca?”
Alla fine la lingua è lo strumento con il quale ogni giorno mettiamo in moto i nostri pensieri ma anche lo stesso che ci permette di costruirne di nuovi. Questa è la differenza tra un lettore a cui viene lasciata la stessa idea di sempre ed un lettore a cui viene lasciata la possibilità di formarsene una diversa. Lorena Isceri aveva bisogno che qualcuno, prima che fosse troppo tardi, sapesse chiamare
quello che le stava succedendo con il suo nome. È questo che le parole possono ancora fare: dare voce, consapevolizzare. Costruire passo dopo passo un nuovo modo di leggere la realtà.
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