Essere donne oltre la storia, secondo Dacia Maraini
Dalle pioniere dell'emancipazione alle battaglie di oggi, la scrittrice ripercorre la storia del femminile tra diritti conquistati, stereotipi persistenti e nuove prospettive. Perché il valore delle donne non si misura nella bellezza, ma nella libertà di essere pienamente se stesse

Gli economisti, i sociologi, gli scienziati raccontano la realtà con dati empirici, gli scrittori attraverso le storie. E per parlare di gender gap e rappresentazione del femminile, Dacia Maraini ne ha raccontate di storie lunedì 5 ottobre a Treviso, dov’è stata ospite della Fondazione Mazzotti a Casa Robegan per un incontro intitolato “Un itinerario di genere” alla presenza di un folto pubblico, ammaliato dalla sua capacità affabulatoria, e degli studenti del liceo Duca Degli Abruzzi, che non hanno mancato d’incalzarla su questioni d’attualità.
Maraini è considerata una portavoce del pensiero al femminile, avendo dedicato gran parte della sua produzione letteraria alla condizione delle donne all’interno della famiglia e della società: da “Bagheria” (1993) a “L’amore rubato (2012), da “Il coraggio delle donne”, scritto con Chiara Valentini (2020) a “Diario degli anni difficili: con le donne di ieri, oggi e domani” (2024).
Nell’antichità: colpe e sottomissioni
La scrittrice, che il 13 novembre compirà 90 anni portati con l’energia di un’adolescente e la saggezza di chi si è vista passare davanti agli occhi quasi un secolo di vita, ha tracciato un excursus di ampiezza epocale, per dimostrare come il ruolo della donna sia stato condizionato da questioni religiose, culturali, sociali, a seconda dell’organizzazione comunitaria e delle narrazioni imposte, di volta in volta, dai detentori del potere.
«La misoginia religiosa nasce da quel primo disobbedire di Eva», afferma Maraini, «la prima colpevole della storia è una donna, anche se, curiosamente, ha mangiato la mela della conoscenza e del libero arbitrio.
Passando alla preistoria, secondo un recente studio antropologico britannico, basato sull’interpretazione delle pitture rupestri, nella società pre-sapiens, che era nomade, l’uomo e la donna facevano le stesse cose. Con l’evoluzione dei sapiens, che hanno imparato a coltivare la terra, nasce l’idea di proprietà e stanzialità, da cui emerge il bisogno di dividersi i compiti tra l’uomo lavoratore e la donna incaricata dell’accudimento della prole e della gestione della dimora.
Arrivando agli Etruschi, ricordiamo come fossero una civiltà antica distintasi per uguaglianza e parità di genere, fino a quando non furono conquistati dai Romani, che hanno imposto la pratica dello schiavismo e della demonizzazione della donna, perché loro erano i vincitori, e sappiamo che i vincitori raccontano la Storia”.
Isabella Andreini e Veronica Falco: la rinascita dal Veneto
Dal teatro alla letteratura, in una dimensione ancora patriarcale, le donne hanno introiettato la pratica del silenzio, fino al Rinascimento, quando emergono due figure femminili venete, citate da Maraini come emblemi dei primi passi di emancipazione culturale verso la parità.
«Dai tempi del teatro greco», continua la scrittrice, «il palcoscenico era interdetto alle donne, gli uomini recitavano le parti femminili con delle maschere, e anche nel medioevo, se pensiamo alle rappresentazioni sacre, la Madonna era interpretata dai frati. Solo nel Rinascimento, quando per la prima volta s’introduce il concetto di cittadino e non di suddito, abbiamo una donna che scrive e rappresenta i suoi testi: Isabella Andreini, una figura rivoluzionaria e senza precedenti».

Nata a Padova, presumibilmente nel 1562 come Isabella Canali, fu un’artista molto nota e significativa nel panorama europeo, dove si esibiva con la sua Compagnia dei Comici Gelosi, distinguendosi per il talento drammaturgico, oltre che interpretativo, sviluppato dalla possibilità di studiare. E così è stato anche per Veronica Falco, «una donna narrata dalle cronache della Venezia del Cinquecento», svela Maraini, «figlia di una prostituta di Rialto, ribellatasi al suo destino di cortigiana rubando i libri per imparare a leggere e scrivere. E’ diventata così una donna “sapiente”, che conosceva il greco e il latino, la filosofia e la storia, cantava e poetava, conquistando una fama tale per cui quando il Re di Francia, Enrico III, venne a fare una visita in Italia, la città di Venezia gli offrì una serata con Veronica Falco, ma non di sesso, lei aveva ormai quarant’anni, bensì per conversare in maniera colta e intelligente. Ad un certo punto, forse per gelosia, venne denunciata, perché non indossava il fiocco giallo obbligatorio per le cortigiane e non andava alla messa alle 5 del mattino, orario imposto alle prostitute per non mescolarsi alla società. Chiamata dal giudice ha rivendicato la sua volontà di essere una donna “normale”, e davanti alla minaccia di venir bruciata viva dalla Santa Inquisizione, invocò la testimonianza degli ospiti del suo salotto, tra cui c’erano anche cardinali e funzionari pubblici di alto rango, spaventando così il giudice che la lasciò andare. Fu uno dei primi luminosi esempi di emancipazione da un destino segnato per discendenza».

Dalla bellezza alla complessità
Maraini ha poi citato i diritti conquistati dai movimenti femministi e sessantottini, che hanno cambiato la realtà sociale del mondo democratico occidentale, anche se, dal punto di vista culturale, le resistenze sono ancora molte.
«La femminilità come convenzione è un’invenzione storica», chiude Maraini, «cos’è la femminilità? Essere dolci, gentili, sorridere, sedurre? Questo è un concetto costruito apposta per imprigionare le donne, che nonostante siano uscite dal silenzio, vengono comunque sottoposte ad una rappresentazione orientata alla differenza di genere, anziché all’uguaglianza. Basti pensare che nei negozi di giocattoli c’è ancora il settore maschi e femmine, con i fucili da una parte e la casa delle bambole dall’altra, benché oggi le donne facciano tutte le professioni, dalla poliziotta alla magistrata. Dobbiamo inoltre uscire dalla convinzione, ancora persistente, che la donna debba usare la seduzione come unico linguaggio riconosciutole, in favore di una complessità: non vali perché sei bella ma perché sei una persona che ha carattere, capacità e competenza. Le donne sono ancora troppo svestite in televisione rispetto agli uomini e la bellezza, che certamente non va demonizzata, è ancora troppo preponderante come valore associato al femminile, tanto che dopo una certa età si viene cacciate dalle professioni dello spettacolo, pur avendo un talento. Da qui dobbiamo cominciare a cambiare, perché l’immagine della donna sia più vera, giusta e riconoscibile nella sua completezza».
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