I ricordi di Emma, 102 anni e il primo voto nel ‘49 a Trieste: «Il mondo stava cambiando, fu un’emozione»
Vesnaver, nata in Istria e trasferitasi nel capoluogo giuliano dopo la guerra, ha dovuto attendere le elezioni comunali sotto al Gma: «È stato un percorso verso l’indipendenza»

Da Gianni Bartoli a Roberto Dipiazza, dalla competizione tra democristiani, comunisti filosovietici e titoisti, alle querelle triestine – fortunatamente meno drammatiche, ma forse non meno aspre – sulla cabinovia o sul Porto Vecchio. Emma Vesnaver, 103 anni il prossimo 27 giugno, le ha viste proprio tutte: fino alle ultime elezioni amministrative non ha mai voluto rinunciare a un diritto che, a Trieste, è nato e maturato con lei, intersecandosi con il corso della storia.
In quel caldo 12 giugno 1949, Emma aveva 25 anni. Come tutte le donne di Trieste e italiane nell’animo, ha atteso più di tre anni per prendere parte a una prassi diventata improvvisamente normale a pochi chilometri di distanza, oltre il confine che circoscriveva il Governo militare alleato e la Zona A. La scelta non era tra monarchia e repubblica, ma per il sindaco e i futuri componenti del Consiglio comunale.
«Fu un’emozione grandiosa», ricorda oggi Emma, con un piglio che ha mantenuto una cordiale vivacità. La conquista del primo voto delle donne a Trieste, nel suo caso come in quello della maggior parte delle giovani della sua generazione, è più che mai legata alle vicende tragiche delle terre giuliano-dalmate, che ogni famiglia porta con sé nella sua storia particolare.
Il ricordo del voto
Emma nel ‘49 si reca a esprimere la sua preferenza al seggio di via Pascoli, vicino a quella che da pochi anni era diventata la sua casa. Così quel passaggio diventa l’occasione, oggi, per tornare con la memoria alla sua storia precedente, l’unica lente con cui è possibile interpretare il momento che stava vivendo.

Emma nasce nel 1923 a Vergnacco, in Istria, paese che allora contava poco più di un centinaio di persone e poi completamente abbandonato dopo l’Esodo. «No iera mal», sorride Emma ripensando alla sua infanzia felice, da bambina benestante cresciuta in una famiglia unita: tre sorelle e due fratelli, destinati a separare le loro strade dopo la guerra.
La guerra, appunto. Il padre, nel ‘45, decide di mandare le due figlie più piccole a Trieste, per sottrarle alla violenza che di lì a poco sarebbe deflagrata. Nell’appartamento di via Conti, dove abita lo zio, Emma si stabilisce e si adatta presto, con la stessa determinazione che ancora oggi le brilla negli occhi.
«Dallo zio si stava bene», ribadisce Emma, i cui ricordi vanno immediatamente al contesto che la circondava, fatto di uomini più che di nomi da libri di storia: a colpirla sono soprattutto gli americani, «che regalavano la cioccolata», ai quali si avvicina senza timidezze.
Sono anni frenetici. «La città stava cambiando», dice ancora Emma, ed è come se quel clima febbrile rivivesse nella sua voce, nei ricordi frammentari che si susseguono. Prima l’occupazione jugoslava, poi la svolta del Governo militare alleato e la lunga attesa per il ritorno all’Italia. È dentro questa cornice che le donne triestine votano per la prima volta. E votano anche nella cornice particolare di ogni famiglia: «Mio padre era d’accordo», sottolinea Emma, consapevole che l’approvazione maschile, allora, non fosse affatto scontata.
Una conquista progressiva
Ma non tutto si esaurisce in un giorno. Anzi, le storie come quelle di Emma testimoniano che l’esercizio effettivo del diritto di voto si riafferma di anno in anno, man mano che muta il contesto tutt’intorno. Lo stesso si può dire per la partecipazione al lavoro, al quale Emma è avviata da subito: a Trieste, poco più che ventenne, trova un posto come pellicciaia e sarta, mestiere che l’appassiona e al quale consacrerà la sua vita. Riuscirà ad aprire un suo negozio, in via Canova, che gestirà fino all’età di 82 anni.
«Era un modo per essere indipendente»: nulla meglio delle sue stesse parole descrive quale moto abbia animato – e continui ad animare – la sua vita. Il segreto? Emma ha coltivato per anni una routine, che prevedeva le seguenti tappe: «Prima un “toc” al Pedocin (un rapido bagno al mare allo stabilimento La Lanterna di Trieste, luogo d’elezione dell’estate triestina, ndr), poi subito al lavoro».
Riproduzione riservata © il Nord Est







