Dalla sterile lamentela per il caldo alla paralisi dell'azione: perché è facile ignorare la crisi climatica

Tra inerzia cognitiva e sacrifici individuali rifiutati: le radici culturali dell'abulia collettiva e la politica incapace di guidare la transizione ecologica

Sergio Frigo

Adesso che la morsa del caldo sembra (provvisoriamente?) attenuarsi, e prima di rimuovere il malessere o l’angoscia di questi giorni e di entrare in un tiepido (ma prevedibilmente burrascoso) autunno, sarebbe il caso di interrogarci perché, ad onta dell’evidenza che il cambiamento climatico è già in atto, non riusciamo a elevarci dalla sterile lamentela (che caldo!) a una parvenza di azione. «Si abbatte su di noi la più grave crisi climatica dell’età contemporanea, si verificano le più fosche previsioni sul pianeta, e noi cosa facciamo? Niente. Come reagiamo? Nessuna reazione. O quasi», ha scritto su Repubblica Antonio Scurati descrivendo una spiaggia affollata di un’«umanità languida, sottomessa e sfinita», fatta di individui «cadaverici», «già composti per la sepoltura, supini e immobili sui nostri lettini come dentro bare a sarcofago aperto». Perché, dunque?

Nella sua trasmissione “Sapiens” Mario Tozzi ha spiegato varie volte come la nostra specie sia caratterizzata da “inerzia cognitiva”, cioè l’incapacità di percepire come imminente un pericolo ecologico sistemico, comportandosi come se ci fosse “più tempo” per intervenire prima del collasso. Mi è capitato di paragonare questo atteggiamento al comportamento di un gruppo di persone che stiano cercando di attraversare un fiume ghiacciato: sotto il loro peso la lastra si sta vistosamente crepando, ma nessuno si ferma o torna indietro, aspettando che siano gli altri a farlo. È intuitivo, naturalmente, come andrà a finire.

Adesso dunque che di tempo sembra non essercene più, cediamo all’abulia sconfortata del “non c’è più niente da fare”, come se la lastra si fosse già spezzata e fossimo tutti precipitati nel fiume gelido e prossimi all’annegamento. Gli esperti più autorevoli ci spiegano che non è così, che si può fare ancora moltissimo, per mitigare l’impazzimento del clima e per adattarci alle sue conseguenze. Potremmo riassumere queste posizioni in maniera sommaria: serve un profondo mutamento culturale nei comportamenti di tutti noi, e una presa in carico responsabile della politica a tutti i livelli.

Confesso di non essere ottimista, su entrambi i fronti: risparmiare energia, la cui produzione è la fonte primaria delle emissioni carboniche all’origine del riscaldamento globale, è quanto di più lontano dalle nostre abitudini, dall’idea che abbiamo di progresso, che si tratti di far funzionare le fabbriche o di spostarci, di raffreddarci o riscaldarci, di consumare, di utilizzare la Rete, persino di mangiare.

Quanti di noi sono disposti a rinunciare – nel nome di un’istanza collettiva e di benefici che riguarderanno solo figli e nipoti – a qualche viaggio, a lasciare l’auto in garage per prendere il tram, ad avere temperature domestiche invernali d’estate ed estive d’inverno, a limitare l’acquisto di vestiti usa e getta, a ridurre il consumo di carne e il ricorso all’energivora intelligenza artificiale? Singolarmente si tratta di comportamenti poco influenti, ma presi tutti insieme diventano significativi, e soprattutto definiscono una nuova attitudine mentale. Certo, bisogna anche produrre energia da fonti diverse dalla combustione fossile, e su questa strada il ricorso alle rinnovabili è in atto, ma – soprattutto in Italia – a ritmi insufficienti rispetto all’aumento della domanda energetica.

Poi c’è l’adattamento agli effetti del nuovo clima, con l’urgenza di una profonda ristrutturazione di un territorio che non è più quello di vent’anni fa, con la creazione di invasi per raccogliere l’acqua piovana quando arriva (non è poca, a dispetto delle apparenze), la creazione di rifugi climatici, la coibentazione e il condizionamento degli edifici, la depavimentazione delle città, la piantumazione di alberi… Ma, come ha scritto efficacemente sul Foglio lo scienziato Giulio Boccaletti, ci vuole soprattutto una nuova economia e una nuova politica energetica, in grado di plasmare i processi produttivi e creare valore aggiunto che finanzi gli imponenti investimenti necessari.

Qui entra in ballo una cosa che è ancora più carente dei soldi: la capacità della politica di fare il proprio mestiere, individuando le radici e gli effetti di quella che non è più un’emergenza passeggera, delineando le modalità di una transizione che sarà per forza di cose dolorosa, perché comporterà scelte impegnative e sacrifici diffusi, e decidendo le necessarie compensazioni.

L’attuale deriva culturale e politica – fatta di rimozione sistematica del problema, propaganda spicciola e rivendicazioni nazionalistiche, come se il clima considerasse i confini – non lascia ben sperare, anche perché premiata da un elettorato segnato da un sempre più profondo individualismo. Ma l’alternativa di continuare come se niente fosse – sperando che l’emergenza passi o che ci pensino gli altri – è la strada migliore per precipitare davvero nell’abisso.

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