De Luca: «Bruxelles deve essere un soggetto politico con capacità di difesa»
Il diplomatico ospite di Dialoghi europei a Trieste per riflettere sulla sicurezza
ai tempi di Trump: «L’Italia dialoghi con gli Usa senza subalternità»

«L’Europa deve diventare un soggetto politico capace di esprimere la propria forza: oggi il vero sovranismo può essere solo europeo», dice l’ambasciatore Vincenzo De Luca, già rappresentante diplomatico italiano in India e Nepal dal 2019 al 2024, consulente dello studio legale internazionale Gianni & Origoni, venerdì 15 maggio a Trieste all’incontro “La sicurezza europea e la Nato secondo Trump”, promosso dall’associazione Dialoghi europei alle 17.30, nell’aula magna della Scuola per interpreti dell’Università di Trieste in via Filzi.
Dopo i saluti di Fabio Spitaleri, professore associato di diritto dell’Ue, interverranno il presidente dell’associazione Renato Romano, il presidente onorario Giorgio Rossetti e le deputate pd Isabella De Monte e Debora Serracchiani.
Ambasciatore, Trump sembra allontanarsi dalla Nato. È un rischio per la difesa collettiva?
«L’atteggiamento di Trump rappresenta certamente una discontinuità profonda nei rapporti transatlantici, ma non significa che la Nato sia destinata a finire. Significa piuttosto che l’Europa deve accelerare sulla propria autonomia strategica, soprattutto nel campo della difesa, della tecnologia e dell’industria militare. Fermo restando che l’Europa, sulla difesa, ha un’idea diversa. Mai ci sogneremmo di creare un ministero della Guerra. Per noi difesa significa deterrenza, cooperazione internazionale e rispetto del diritto internazionale, non certamente intervento unilaterale».
Pensa che gli Stati Uniti ridurranno davvero la loro presenza in Europa?
«Trump usa spesso la pressione negoziale come metodo politico. Non bisogna tuttavia inseguire ogni sua dichiarazione, ma cogliere il dato strategico di fondo: gli Stati Uniti guardano sempre più verso il Pacifico e meno verso l’Europa e il Mediterraneo. Premesso che non viviamo più in un mondo unipolare o bipolare, ma multipolare, l’Europa, che può contare solo se resta unita, deve costruire una propria capacità politica e strategica. Il sovranismo degli stati nazionali non va più da nessuna parte».
Nel dibattito europeo si insiste molto sull’aumento delle spese militari. Ma è davvero solo una questione economica?
«Non lo è. Se guardiamo ai dati del 2025, l’Ue nel suo insieme spende 380 miliardi in armamenti, al pari della Cina che è a quota 377, ma lo fa in modo frammentato. Il problema non è soltanto quanto si spende, ma come. Manca una vera integrazione industriale e tecnologica europea. Insieme all’allocazione di nuove risorse, bisogna definire un modello della difesa - dentro il quadro Nato sia chiaro - ma con capacità autonome».
Siamo davanti a un cambiamento strutturale dei rapporti tra Europa e Stati Uniti o è una fase legata solo alla presidenza Trump?
«Credo siamo oltre la contingenza. Trump ha accentuato una trasformazione che era già in corso. Gli Stati Uniti hanno progressivamente spostato il proprio baricentro strategico. Per questo l’Europa deve diventare anche un grande attore politico, non soltanto economico e commerciale. Ma non esiste una difesa comune europea senza una politica estera comune».
L’Europa è pronta a questa sfida?
«L’Europa spesso reagisce in ritardo alle crisi, ma storicamente ha trovato proprio nelle crisi la forza per rafforzarsi. Oggi esistono già segnali importanti: cooperazioni rafforzate tra paesi europei, progetti comuni nell’industria della difesa, alleanze nel settore spaziale e nei sistemi avanzati di combattimento. Penso al programma Global Combat Air Programme con Italia, Regno Unito e Giappone, oppure alle collaborazioni tra Leonardo, Airbus e Thales nel settore satellitare. Il potenziale c’è, serve però una spinta politica più forte».
E l’Italia che ruolo può avere?
«L’Italia deve certamente mantenere saldi i rapporti transatlantici, che restano fondamentali, ma allo stesso tempo rafforzare la prospettiva europea. Essendo un paese fondatore, ha tutto l’interesse a sostenere una maggiore autonomia industriale, tecnologica e strategica dell’Europa. Non in alternativa agli Stati Uniti, ma senza una posizione di subalternità».
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