Stipendi e tensioni, lo scontro infinito che blocca la Fenice

I lavoratori della Fenice confermano due giornate di sciopero, il 13 e il 28 novembre, e fanno saltare le prime della stagione lirica e sinfonica: alla base della protesta il mancato rinnovo del contratto nazionale, il malcontento per gli stipendi e la rottura dei rapporti con la direzione

Camilla Gargioni
Orchestra e coro sul palco del teatro La Fenice
Orchestra e coro sul palco del teatro La Fenice

Perché scegliere di scioperare per due giorni, colpendo sia la prima della stagione lirica (il 13 novembre con Fedora di Giordano) sia quella della stagione sinfonica (il 28)? Possibile che non ci fosse nessun terreno di dialogo, che la proposta messa sul tavolo dalla direzione della Fenice non fosse comunque sufficiente almeno a salvare una delle due?

Per capire la crisi che sta attraversando la Fenice, con un muro innalzato tra la direzione e i lavoratori - ricordiamo che hanno votato in 96 a favore dello sciopero con 36 contrari e una decina di astenuti - che non sembra avere spiragli, bisogna fare ordine sul tavolo delle tensioni e prese di posizione. E mettere insieme due fattori: da un lato, la protesta legata al mancato rinnovo del contratto nazionale che ha portato una scia di scioperi in tutta Italia, dall’altro il malessere tutto interno alla Fenice (che è cresciuto durante la tournée a Shanghai).

Il contratto collettivo nazionale

Partiamo dal nodo del contratto collettivo nazionale (Ccnl). L’ultimo spiraglio (dopo 20 anni di blocco) è stato nel 2024, che ha alzato i minimi tabellari del 4 per cento, portando i minimi mensili lordi per l’area artistica da circa 1.440 a circa 2.380 euro, con la promessa che il rinnovo sarebbe stato automatico. Ma così non è stato, con il risultato che non si è rinnovato il triennio 2019-2021. E questo dal punto di vista economico, perché a livello normativo di fatto si è fermi al 2003.

Ma - alla fine - qual è lo stipendio di un professore d’orchestra, di un corista, di un tecnico alla Fenice? Rispetto al contratto nazionale, i teatri aggiungono contratti aziendali (che possono essere rinnovati solo dopo la stipulazione del nuovo Ccnl, per questo l’ultimo della Fenice è del 1999). Mettendo insieme questi elementi, per avere un’idea, un professore d’orchestra prende in media 1.800 euro netti al mese (per le prime parti il discorso è diverso), un corista 1.600, un tecnico 1.300, 1.500 con gli straordinari. I monte ore, da contratto, parlano di 28 ore settimanali con un massimo di sei giornaliere (con limite settimanale estendibile fino a 31) sia per l’orchestra sia per il coro, per gli operai 169 ore mensili riferito a 26 giorni lavorativi.

La proposta sul tavolo

Nella proposta messa sul tavolo dal sovrintendente e direttore artistico Nicola Colabianchi e respinta dall’assemblea dei lavoratori giovedì, si parlava di welfare. La proposta aveva confermato lo stanziamento di 250.000 euro al welfare e previsto ulteriori 150.000 euro, per un valore complessivo di 400.000 euro, erogabile a fine novembre 2026: l’articolazione avrebbe previsto 300.000 euro da ripartire in quota uguale tra tutti gli aventi diritto e 100.000 euro destinati al personale partecipante alla tournée di Shanghai. Più due tavoli di confronto, uno sulle professionalità e uno dedicato all’organico.

La Rsu del teatro veneziano ha sottolineato, nel confermare il mandato dell’assemblea del doppio sciopero, il dispiacere nel constatare «l’ennesima incapacità di questa direzione di comprendere la gravità della situazione e il livello di malumore raggiunto all’interno del teatro».

La frattura

È chiaro quindi che la frattura nel teatro veneziano è più profonda, legata alla gestione stessa del teatro. Va ricordato che, appena arrivato nel marzo del 2025, il sovrintendente Nicola Colabianchi aveva calmato le acque del teatro: ma la gestione del caso Beatrice Venezi, con la nomina della direttrice d’orchestra fatta senza il consueto iter non scritto che prevede la conoscenza con l’orchestra, calata dall’alto, ha fatto precipitare i rapporti.

Fino allo stralcio della collaborazione con Venezi, dopo mesi di proteste e un solo effettivo sciopero, quello del Wozzeck di Berg (ultimo spettacolo della stagione 24/25) che si era trasformato in un concerto-manifestazione in campo Sant’Angelo.

Alla prima dell’anno scorso, si era scelto di mettere davanti la musica, sì protestare ma senza far saltare La clemenza di Tito di Mozart. Idem a Capodanno, sì ai concerti ma con le spillette gialle con la chiave di violino ben in vista su giacche e camicie. Ora non basta più, il livello dello scontro si è alzato. Lunedì 9 novembre tocca alla manifestazione a Roma, con riunione a livello nazionale. E alla Fenice si cerca di capire quale sarà lo spiraglio da aprire in uno scontro che è totale.

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