Energia, l’ostacolo è la politica: fonti rinnovabili frenate da burocrazia e dai veti locali

La crisi dello Stretto di Hormuz e la speculazione infiammano i mercati. Esperti e analisti chiedono il disaccoppiamento immediato tra elettricità e gas: un'operazione a costo zero per lo Stato che azzererebbe i rincari di imprese e famiglie. Il piano Terna e il modello Spagna

Marco Panara

Sui prezzi dei combustibili fossili pesa Hormuz ma ancora di più la speculazione, sui prezzi dell’energia pesano Hormuz e la speculazione certo, vale in tutto il mondo, ma in Italia dove paghiamo l’energia assai più che in Francia, Germania e Spagna, pesano ancora di più i meccanismi di formazione del prezzo.

Di fronte alla crisi determinata da Hormuz (e dalla speculazione) molti governi hanno adottato misure di contenimento dei costi per le imprese e le famiglie e l’Italia pur avendo la flessibilità di bilancio necessaria ha puntato sulla non applicazione delle regole del patto di stabilità ai contributi pubblici per l’energia così come avviene per gli investimenti nella difesa.

La fragilità del sistema

La differenza tra le due cose è che i primi sono contributi e i secondi investimenti per cui a Bruxelles la richiesta non ha suscitato particolare entusiasmo. Tuttavia il problema è generale e qualche nuovo spazio per spendere in quella direzione probabilmente arriverà.

Ma non risolverà il problema, ovvero la fragilità del nostro sistema, che dipende per il 14% dalle importazioni di energia prevalentemente dalla Francia e dalla Svizzera e per il 50% la produce con fonti fossili (42% gas) e nel quale il costo dell’energia pesa sulla competitività delle imprese e sull’attrazione di investimenti esteri da una parte, e sui bilanci delle famiglie dall’altra.

La fragilità del sistema non si risolve dall’oggi al domani ma sui prezzi una cosa rapidamente si può fare, che studiosi, analisti, esperti, imprenditori chiedono di fare ma che il governo non fa: disaccoppiare il prezzo dell’energia da quello del gas e farci pagare non sulla base del costo di produzione più alto, come avviene oggi, ma in base al costo al quale l’energia viene effettivamente prodotta.

Le tecnologie consentono di farlo minuto per minuto, ora per ora, regione per regione e il vantaggio sarebbe probabilmente non solo tale da annullare per le imprese e le famiglie italiane gli aumenti determinati dalla crisi attuale, anzi probabilmente sarebbero in media maggiori, ma sarebbe anche strutturale e non costerebbe nulla alle casse pubbliche. Non lo hanno fatto governi di centrosinistra e governi di destra ed è uno dei casi più scandalosamente eclatanti in cui l’interesse generale viene scientemente sacrificato a interessi particolari. Imprese e sindacati dovrebbero fare una vera battaglia su questo punto e non imitarsi a timide richieste.

Rinnovabili scoraggiate

Per il problema strutturale si può e si deve fare anche altro. Il governo che, al contrario di quanto il contesto internazionale dalla guerra il Ucraina in poi avrebbe richiesto, ha scoraggiato le rinnovabili e le comunità energetiche rinnovabili. La Spagna ha fatto il contrario, è meno dipendente dai combustibili fossili, dai prezzi e dai condizionamenti della geopolitica e le sue imprese e i suoi cittadini pagano l’energia assai meno ci quanto la paghiamo noi.

Ma non è solo il governo responsabile, frenano anche le regioni, anche quelle guidate dal centrosinistra, che rallentano anche l’eolico off shore (in alto mare) dove questi impianti non sono visibili da terra e non creerebbero alcun problema al paesaggio.

Il piano di Terna

Ci sono oltre 5 mila domande di allacciamento che Terna sta esaminando per un totale di oltre 300 gigawatt, e procede abbastanza rapidamente, il problema è che una volta approvate da Terna molte si spengono per motivi legati alle risorse finanziarie e al progetto imprenditoriale ma molte si impantanano negli iter autorizzativi e solo una quota limitata di impianti viene realizzata e diventa operativa. Negli ultimi tre anni sono stati installati circa 20 gigawatt, secondo il Piano Nazionale per l’Energia e il Clima altri 55 almeno dovrebbero essere installati entro il 2030 ma gli ostacoli regolamentari e amministrativi rendono improbabile il raggiungimento di questo obiettivo. Ebbene è su quella palude che governo e regioni dovrebbero rapidamente intervenire, dovrebbe essere una priorità assoluta per ridurre i costi e la dipendenza dall’import di energia e materie prime, rafforzare la sicurezza energetica.

Infine c’è il problema delle connessioni. L’energia solare ed eolica viene prodotta soprattutto nelle regioni di Mezzogiorno, in Sicilia e in Sardegna ma viene consumata soprattutto nelle aree industriali del Nord e ci sono dei colli di bottiglia che rendono non ottimale l’utilizzo anche dell’energia rinnovabile che produciamo. Qui le prospettive sono migliori, Terna ha un piano di investimenti di 17,7 miliardi (2024-2028) e una buona capacità di implementazione, se ostacoli regolatori e/o autorizzativi non rallenteranno le procedure, questi colli di bottiglia dovrebbero essere sostanzialmente risolti.

Non ci sono quindi più giustificazioni tecniche a impedire un cambio deciso di politiche, nazionali e regionali. Quello che manca è il coraggio politico, la forza e la determinazione per contrastare le lobby che difendono le rendite energetiche gigantesche che il sistema consente e la capacità di spiegare alle opinioni pubbliche i vantaggi per tutti riducendo così le resistenze, non sempre giustificate delle comunità locali.

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