Vadym Boychenko: «Un’altra Mariupol per gli sfollati dalla città caduta»

Il sindaco in esilio ospite dell’Ince a Trieste: piano per la costruzione di 5 mila alloggi popolari in terra ucraina. «Fiero di mio figlio al fronte come tanti altri giovani, noi una barriera per l’Europa»

Valeria Pace
Il Sindaco di Mariupol, Vadym Boychenko, a Trieste fotografato da Massimo Silvano
Il Sindaco di Mariupol, Vadym Boychenko, a Trieste fotografato da Massimo Silvano

Il sindaco in esilio dalla sua città, Vadym Boychenko è stato invitato dal segretario generale dell’Ince (Iniziativa centro europea) Franco Dal Mas. L’Ince è un’organizzazione internazionale a cui aderiscono oggi 17 Paesi. È insomma una sorta di Onu in miniatura con un mandato specifico sui rapporti tra Ue, Balcani e centro Europa, e ha sede a Triestedove si è svolta questa intervista.

 

Un figlio al fronte, una città distrutta dall’assedio russo, la cittadinanza disgregata internamente in 22 città e una diaspora in tutta Europa. Vadym Boychenko, sindaco ucraino di Mariupol, uno dei centri più importanti dell’Ucraina con 400 mila abitanti prima dell’invasione, ora nelle mani del nemico, non ha un titolo puramente onorifico. Continua a lavorare anche ora che è lontano dal suo municipio, spiega, «supportando chi è scappato riparando in terra ucraina» e, su mandato diretto del presidente Volodymir Zelensky, cura il progetto pilota che dovrebbe fare da volano alla ricostruzione delle abitazioni civili.

«L’obiettivo è costruire case popolari per 5 mila famiglie», spiega, e indica che così si punta anche a permettere a chi è emigrato di rientrare in Ucraina. Boychenko ieri era a Trieste, ospite dell’Ince (Iniziativa centro europea), per illustrare il piano. Perché? Per sollecitare le aziende del territorio a partecipare alla partita, e far vedere che questa si è già aperta con progetti concreti.

Sindaco, da dove è arrivato? Come si fa il sindaco di una città caduta in mani altrui?

«Vengo dalla città di Dnipro, dove risiedo adesso. Mi occupo di fornire sostegno e aiuti alla comunità sfollata della città-eroe di Mariupol che conta 200 mila persone. Ci sono oggi in 22 città ucraine 43 centri dedicati ad assicurare supporto giuridico, sanitario, psicologico, umanitario, su temi che riguardano la vita quotidiana e sulla riabilitazione familiare e sanitaria. In più c’è il compito che mi ha assegnato Zelensky: il progetto “La mia casa è l’Ucraina”».

Di che cosa si tratta?

«Di una serie di iniziative che vanno dalla ricostruzione del patrimonio immobiliare esistente, ai mutui agevolati e alla costruzione di nuove case popolari. Quest’ultimo è un progetto pilota sotto la supervisione del vicepremier per la Ricostruzione Oleksiy Kuleba: l’obiettivo è costruire nelle regioni di Kiev e Leopoli, che non sono in mano russa, alloggi per 5 mila famiglie, completamente ammobiliati con affitto accessibile a circa 100 euro al mese – pari al 30% dello stipendio mensile medio. Su questo c’è un investimento di 66 milioni di euro dal governo ucraino.

Il costo totale del progetto è di 132 milioni e siamo alla ricerca di belle offerte internazionali per finanziamenti, materiali e lavorazioni. Ne abbiamo già ricevute da Francia e Danimarca, ci auguriamo che arrivino anche dall’Italia. È un progetto particolarmente innovativo: da noi non c’è l’edilizia agevolata, abbiamo dunque studiato varie esperienze europee per arrivare a una sintesi delle esperienze migliori ed evitare errori. Il processo edilizio sarà trasparente e rendicontato, con il coinvolgimento di enti Ue anticorruzione».

Per noi Mariupol è la città che ha subito l’attacco al teatro, l’orrore al reparto ostetrico dell’ospedale bombardato, la resistenza nell’acciaieria Azovstal.

«Quelli del teatro e dell’ospedale non sono che episodi. Mariupol è stato il banco di prova di quello che i russi poi avrebbero fatto su scala più larga: lasciare senza energia, riscaldamento e acqua i civili. Ma non siamo qua a fare commercio del dolore. Parliamo di fatti documentati con testimoni e prove davanti a tribunali.

Ci sono cause già vinte contro la Russia, che – siamo al lavoro per questo – dovrà rispondere di quanto ha fatto davanti al tribunale dell’Aia. Abbiamo tante prove, come foto satellitari ad altissima definizione della città distrutta il 20 maggio 2022, importanti perché i russi ora stanno ricostruendo in fretta per cancellare i crimini commessi: hanno già ricostruito il teatro ed eliminato le macerie dei palazzi, ad esempio. Abbiamo i nomi verificati di 12.500 civili uccisi nell’assedio a Mariupol, una cifra che supera quella degli eccidi fatti dai nazisti in questa stessa zona (in due anni di occupazione 10 mila ammazzati) e 25 mila testimoni vivi di quanto è successo».

Che cos’è stato l’assedio?

«Il 24 febbraio 2022, la data di inizio dell’invasione, è arrivata la Russia. In quattro giorni la città viene accerchiata, e io come sindaco non posso rimanerci per il rischio di finire nelle mani degli occupanti. Il 29 febbraio vengono predisposti i posti di blocco dai russi. I civili li supplicavano di lasciarli uscire e io mi sono rivolto a tutto il mondo per cercare di aprire corridoi umanitari, ma non cambia nulla: la Russia non ci sente. Il primo marzo l’assalto alla città e l’attivazione del sistema missilistico. Non è sufficiente ed entra in azione l’aeronautica, con cinque aerei che sganciano bombe. Ma la risposta è stata quella di una resistenza eroica del popolo ucraino, che ha dato tempo alle altre divisioni dell’esercito di prepararsi: 5 mila militari hanno tenuto il fronte contro 50 mila occupanti per 86 giorni. La difesa di Mariupol ha dato fiducia sulla capacità di opporsi al nemico a tutta l’Ucraina».

La guerra però per voi era iniziata già nel 2014... Com’era la vita in città?

«È vero e Mariupol è vicinissima alla linea del fronte. Abbiamo sentito il vento di guerra già allora, soprattutto nelle periferie, dove ci sono state vittime: seppellivamo persone, ricostruivamo case bombardate. Io ero a capo del dipartimento Ricostruzione dell’acciaieria che conoscete come Azovstal. Dopo questo periodo c’era l’idea di trasformare Mariupol in una città europea e importante: allora la popolazione non amava la città e non ci investiva, l’80% dei giovani se ne andavano.

Poi abbiamo risollevato il brand della città di Mariupol, abbiamo ricostruito il centro storico, i parchi, il lungomare, le strade, acquistato nuovi mezzi di trasporto e la città è cresciuta di 180 mila persone. Nel dicembre 2021 è stata lanciata una nuova strategia di sviluppo, grazie a esperti mondiali e agli Stati Uniti, un progetto da più di 100 milioni di euro. Dopo il Forum economico del 2019 c’erano già contratti per più di 260 milioni. Il nemico capisce che sta perdendo l’Ucraina e Mariupol e allora attacca».

L’Europa fa abbastanza?

«La politica estera non è nel mio mandato, quindi offro la mia opinione personale. Voglio ringraziare la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani per il loro supporto. L’Italia ha una posizione molto forte sulla difesa della democrazia e i valori europei per cui combattiamo. L’Ucraina oggi è la spina dorsale dell’Europa, una barriera che ferma la forza che si muove contro il continente grazie alla forza dei nostri giovani – mio figlio incluso – di cui siamo tutti fieri. Siamo consapevoli che senza l’Ue nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile e per questo ringrazio anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen».

A legare il Nord Est con Mariupol che cosa c’è?

«Trieste è un porto, proprio come lo è Mariupol, dobbiamo essere amici. Poi c’è la joint venture Metinvest-Danieli che a Piombino creerà il migliore impianto al mondo: doveva sorgere a Mariupol ma sarà invece in Italia. Qualità ucraina con charme italiano. Speriamo che ora i legami si rinsaldino con la ricostruzione». —

 

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