Il Messaggero Veneto testimone del dramma e della forza morale

La lirica che Jorge Luis Borges inviò al giornale due anni dopo il sisma: ogni giorno raccontammo emozioni, terrore e poi speranza, luce e rinascita

Paolo MosanghiniPaolo Mosanghini

«È come se il giorno ci tradisse/ È come se l’acqua mentisse e due più due facessero cento / e nostra madre ci odiasse e la nostra mano si alzasse contro di noi. / Dio ci ha dato tante cose: mele, giorni, addii, legni e la speranza, l’altra faccia della paura./ Adesso ci tocca il più segreto e il più prezioso dei doni: la fine, il nuovo inizio». – Jorge Luis Borges

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Due anni dopo il terremoto, alle prime luci del nuovo domani, quando le ferite ancora sanguinavano ma la ferma volontà di rinascere si era imposta, lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges con quel «nuovo inizio» infondeva fiducia ai friulani che stavano piano piano rialzando la testa. Era il 1978 quando compose questa lirica e la inviò all’allora direttore del “Messaggero Veneto” Vittorino Meloni.

Era l’alba dopo la caduta all’inferno.

“Catastrofico terremoto in Friuli”. Il 7 maggio di cinquant’anni fa così titolava il Messaggero Veneto. In quelle quattro parole racchiudeva ciò che si poteva immaginare fosse accaduto nel buio della notte con le poche informazioni raccolte dai colleghi giornalisti in una manciata di ore.

Non esisteva la tecnologia a far girare le informazioni, ma una pattuglia di cronisti neoassunti e volenterosi che da quel momento si mise al servizio giorno e notte per raccontare le storie dei friulani che abitavano nel cratere del sisma. Passo dopo passo, vagando da un paese all’altro, dialogando con chi incontravano, quei giovani giornalisti riempivano i loro taccuini di appunti per poi trasformarli in articoli alla sera, al rientro nella redazione di viale Palmanova 290.

Non c’erano gli smartphone, difficile spiegarlo alle nuove generazioni, quasi impossibile per loro credere a una vita sconnessa. Tutto saltato. Si dettavano, forse, i pezzi ai dimafonisti, inesistenti le comodità che conosciamo. Eppure il giornale era il mezzo più importante per diffondere le informazioni di quel tempo. A Gemona, i primi giorni, non sapevano quale fosse la situazione ad Artegna, a Majano, a Buja, a Forgaria e viceversa. A tenere i fili delle storie, di quella storia, fu il Messaggero Veneto.

In 59 secondi il Friuli finì a terra, le montagne si squarciarono, i cimiteri scoppiarono, i cuori si spezzarono, le lacrime non riuscirono più a sgorgare. Affetti strappati, abitazioni sbriciolate, impianti industriali spazzati. Una terra compromessa. Quasi mille morti, tremila feriti, centomila friulani senza tetto, 200 insediamenti produttivi spariti, 18 mila posti di lavoro persi.

Come si raccontano le emozioni, le paure, anzi il terrore, la disperazione, il precipitare nelle tenebre e poi la speranza, la luce e la rinascita? Il Messaggero Veneto lo fece, giorno dopo giorno, tra mille difficoltà tecniche, tra ostacoli che spesso sembravano insormontabili. Ogni giorno il giornale arrivò nelle edicole. Pian piano e con il passare dei mesi fu distribuito da volontari nelle tendopoli così da far conoscere ai majanesi la distruzione di Gemona, ai gemonesi che ne era stato di Buja, di Artegna, di Venzone e viceversa e così via, lungo una catena di disperazione e di morte.

Padre David Maria Turoldo scrisse così dei friulani: «E c’è della gente che ha rifatto già tre volte la propria casa; una volta distrutta dai tedeschi, un’altra volta dall’inondazione, e un’altra volta dall’incendio. E così è successo per paesi interi al tempo dei Cosacchi di Hitler. E perché dunque non doveva venire anche il terremoto? Noi siamo abituati a essere poveri, noi siamo quelli che devono sempre ricominciare. Anche Dio è friulano e diciamo spesso bonariamente che è “un disgraziato come noi”. Dunque così: il terremoto è venuto. È vero: un Friuli di secoli non lo vedremo più; e voi italiani non sapete nulla di ciò che abbiamo perduto: paesi dove io andavo per pulirmi gli occhi. Ebbene, ne rifaremo uno nuovo, domani. Appena il terremoto lo permetterà. E gli emigranti continueranno a tornare; e chi è rimasto cercherà di disturbare il meno possibile, come ha fatto sempre: anche Dio! ».

Infondeva fiducia e ottimismo Turoldo, «ne rifaremo uno nuovo» di Friuli. E così è stato. Un nuovo Friuli è stato edificato e fondato sull’economia – prima le fabbriche – poi le abitazioni – poi le case – e infine le chiese. Riattaccando l’anima a quelle comunità bisognose di un sostegno morale.

“Il Friuli colpito dal disastro già al lavoro per ricostruire”, era il titolo dell’8 maggio 1976. “Una mano al Friuli che resta”, il 10 maggio. “Una gran voglia di vivere”, martedì 11 maggio.

“Altre sei scosse di terremoto non fermano il moto di ripresa”, 12 maggio; “Rockefeller: abbraccio dell’America al Friuli”, 14 maggio; “Non basta voler ricostruire il Friuli bisogna anche mantenerlo unito e vivo”, 19 maggio.

I titoli che guardano al nuovo Friuli che sarebbe dovuto nascere sono del direttore Meloni. A cosa serve un giornale se non a dare anche motivo cui aggrapparsi tutti insieme alla speranza, al futuro, alla voglia di vivere e di ricominciare?

«Spiace dirlo, ma questa immane disgrazia ha dato al Friuli l’occasione, certamente terribile, di dare un altro esempio. Non potranno qui ripetersi gli episodi che sono avvenuti altrove quando si è trattato di calamità nazionali. Né sfruttamento, né speculazione, di qualsiasi genere e da qualunque fonte provengano, possono trovare un minimo di accoglienza in questa terra. Sono sbalorditi i fotografi dei grandi rotocalchi italiani ed esteri, di non trovare qui del pathos, di non avere scene di persone in deliquio, di non continuare cioè la sequenza delle storie strappalacrime.

Quasi non ci credono, si appigliano a spiegazioni psicologiche, si ripromettono di essere più fortunati, in un’inutile ricerca, oggi o domani. Questa è un’altra prova che non conoscono i friulani e il Friuli. Lo vedranno, lo impareranno, capiranno bene alla fine qual è e come sa reagire. Altrove si piange, ci si preoccupa e si fanno gesti generosi, ma anche retorici. Qui si lavora. Il terremoto non è del tutto concluso, anche se i moti di assestamento vanno decrescendo di intensità, e intanto il Friuli, senza indugiare, manifesta coralmente, con una mobilitazione che nasce dal precetto della coscienza, la volontà di ricostruire, di rinascere. Nelle pagine di questo giornale, che esce nuovamente in condizioni difficili, non c’è soltanto la testimonianza di un dramma, ma anche quella di una grande forza morale».

Anche Meloni, come Turoldo, evidenzia che l’Italia, e non solo, imparerà a capire chi sono i friulani. Il Messaggero Veneto li ha raccontati. È stato cronaca che è diventata storia. Ha contribuito a coltivare, a rafforzare e a ricostruire la forza morale. E a cinquant’anni da quel 6 maggio e a quasi 80 dalla fondazione questa testata è ancora un’istituzione e un riferimento di questa terra.

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