
Modello Friuli: l'identità di un popolo che "non si è arreso"
Dalla cronaca vibrante di Vittorino Meloni alla nascita della Protezione Civile: come il Friuli ha trasformato l'apocalisse del 1976 in un esempio mondiale di autonomia e rinascita sociale.
“Il terremoto ha sconvolto e distrutto i paesi, ma non ha abbattuto i friulani. C’è una atavica abitudine alla sciagura, all’ineluttabile, alla calamità che non si può evitare, soltanto sopportare e vincere con la volontà di fare, di rifare. Una regione che ha subìto in media ogni cinquant’anni una invasione, che ha sempre dovuto rimettere le semine, ricostruire le case, ripopolare le campagne, che ha sofferto Attila e i turchi, i barbari antichi e quelli più moderni, un popolo che è andato a lavorare per il mondo dalla Transiberiana ai grattacieli di nuovo a York, che ha rimandato al paese il frutto dei suoi risparmi; un mondo così, per tanti aspetti unico ed esemplare, non poteva avvilirsi di fronte alla catastrofe che l’altra sera, alle 21, ha bombardato, con un sisma senza così esattamente uguali e sanguinosi precedenti storici, la fascia pedemontana, ha scosso Udine, più profondamente di quel che appare, distruggendo molti centri, uccidendo a tavola intere famiglie serene – questa era un’isola serena in una nazione inquieta – inducendo a sfollare una moltitudine sorpresa, ma non atterrita, prudente, non arresa”.
In queste righe vibranti e lucidissime, scritte dal direttore Vittorino Meloni sulla prima pagina del “Messaggero Veneto” nell’imminenza della prima catastrofica scossa del 6 maggio 1976, è impresso il carattere di una identità. Identità è una parola sdrucciolevole, ma importante. Perché viene dal latino “idem”, che sta a indicare “uguale a sé stesso”. E dunque in specifici caratteri sta inscritta l’identità del Friuli e dei friulani: l’impronta e l’attitudine alla vita, un indissolubile legame con questa terra, magistralmente espressi da Meloni.
Di identità ha parlato infatti, ricorrendo il ventennale del sisma, anche il Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, sostenendo che “la ricostruzione del Friuli è diventata un modello mondiale, perché ha salvato la identità dei luoghi”. E non parla di identità pure il fatto che da questa esperienza sia nata la moderna Protezione civile, materia di cui non per caso fu ministro lo stesso Zamberletti?
Da questa matrice identitaria sono derivati la ricerca e il raggiungimento del riscatto, mobilitando tutte le energie del corpo sociale friulano: sul versante politico, delle istituzioni pubbliche e religiose, dell’imprenditoria e dell’associazionismo, del volontariato il Friuli si è mosso come un corpo, in modo solidale. Non un singolo strumento o voce, ma un’orchestra o forse meglio un coro popolare. Qui sta l’essenza della ricostruzione, che non è fatta solo di muri ma di un orizzonte di vita sociale.
Il cosiddetto “Modello Friuli” non è in fondo che l’espressione concreta di tale forma mentis e di tale attitudine corale. Parliamo ora e qui dell’insieme intrecciato di percorsi politici, tecnici, amministrativi, alcuni dei quali definiti fin da principio e altri assunti con coraggio cammin facendo, di fronte a uno scenario apocalittico e alla sfida emergente.
La pietra angolare consiste nella scelta assunta dal Governo Moro con il decreto-legge n. 227 del 13 maggio che, dopo il primo finanziamento di 200 miliardi di lire, ha affidato alla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia il mandato a ricostruire con la potestà di coinvolgere anche gli Enti locali. Non era questione solo di fondi, ma propriamente di liberare le energie e, ancora una volta, l’identità del popolo friulano. E nel campo dell’identità ci sta anche e con forza il fattore “autonomia”, ossia la capacità e la volontà di auto-gestione, di darsi da sé stessi obiettivi e di assumerne piena responsabilità. Poiché l’identità propria si definisce anche in rapporto a quella altrui, dove se non in Friuli – rispetto a altre terre martoriate dal terremoto in Italia – lo Stato poteva confidare in un sano esercizio dell’autonomia?
Da più parti è stato osservato che lo Stato è stato “galantuomo” e i governi presieduti, nell’ordine, da Aldo Moro, Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini e Bettino Craxi assicurarono risorse davvero importanti alla ricostruzione. Basti ricordare, fra gli interventi a carattere straordinario e destinati a cambiare l’orizzonte di sviluppo della regione, l’autostrada Udine-Tarvisio, il raddoppio della ferrovia Pontebbana, l’istituzione dell’università statale di Udine (ma anche la costituzione della Sissa e dell’Area Science Park sul Carso triestino).
La solidarietà nazionale e anzi internazionale – arrivando a coinvolgere molto concretamente anche gli Stati Uniti d’America e la CEE – non ha avuto a che fare solo con le istituzioni. Dall’Ana alla Chiesa nella sua multiforme articolazione, al volontariato organizzato alla mobilitazione spontanea, l’Italia non ha lasciato solo il Friuli. Ne è riflesso di consapevolezza l’indimenticabile scritta “Il Friuli ringrazia e non dimentica”. Anche questo rivela un aspetto identitario di questa terra e anzi di questa comunità.
Un ultimo episodio, quasi un aneddoto. Il conio del “vescovo del terremoto” Alfredo Battisti, autentico protagonista della rinascita culturale, spirituale, sociale del Friuli è a suo modo celebre: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Il sisma aveva cancellato 18.000 posti di lavoro, da qui la priorità. Ma quel che è meno noto è che solo quasi 20 anni dopo, attorno alla metà degli anni’90, ministro ai Lavori pubblici Roberto Maria Radice, il governo Berlusconi I ha saldato definitivamente il debito relativo alla ricostruzione del patrimonio edilizio ecclesiastico (una quarantina di appalti per altrettante chiese, per una spesa attorno a 20 miliardi). Senza che negli anni precedenti vi fossero state polemiche esasperate o piagnistei.
Il “piccolo compendio dell’universo”, come Ippolito Nievo ha dipinto questa terra e la sua gente, da una tragica “occasione” ha saputo riscattarsi e restare sé stesso. “Occasione” etimologicamente significa qualcosa che ci cade davanti: implica un evento imprevisto, che sia un pericolo o un’opportunità dipende anche da chi lo vive.
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