L’analisi del prof universitario: «Pochi i docenti specializzati nell’italiano per gli stranieri»
Fabio Caon, docente di Ca’ Foscari, racconta potenzialità e difficoltà delle classi multietniche. Il nodo riguarda la formazione: in tutta Italia ci sono soltanto 1.200 insegnanti abilitati: «La scuola è inclusiva sulla carta, ma troppo spesso i princìpi non si traducono in pratica»

Gli insegnanti abilitati per insegnare italiano agli stranieri sono ancora troppo pochi rispetto alle esigenze della scuola. Esiste una classe di concorso specifica, la A023, nata proprio per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, ma gli specialisti immessi in ruolo sono circa 1.200 in tutt’Italia e il loro numero non è sufficiente a fronte di una realtà scolastica sempre più multiculturale.
Fabio Caon, professore di linguistica educativa a Ca’ Foscari ed esperto in didattica della lingua italiana agli stranieri, perché ci sono così pochi docenti specializzati in italiano per stranieri?
«La classe di concorso A23 si è costituita per tempo, ma per anni è rimasta sostanzialmente bloccata. Oggi abbiamo circa un migliaio di docenti specializzati, un numero che non può essere considerato sufficiente rispetto ai bisogni. Servono più risorse, sia per aumentare il numero degli specialisti sia per garantire una formazione di qualità».
La questione, però, non riguarda soltanto i docenti di italiano L2.
«Esattamente. Tutti gli insegnanti partecipano, in qualche modo, all’apprendimento linguistico degli studenti. Questo è un punto spesso difficile da comprendere».
Qual è allora la sfida principale per la scuola?
«Tra le principali sfide c’è quella metodologica e didattica. Bisogna riuscire a gestire contemporaneamente studenti con livelli linguistici e competenze molto diverse, senza che la presenza degli alunni stranieri venga percepita come un rallentamento della programmazione. Alla primaria, grazie anche a metodologie generalmente più inclusive, questo può risultare più semplice. Nei gradi scolastici successivi la situazione diventa più complessa».
Le classi multiculturali possono essere considerate una risorsa?
«Sì, ma a una condizione: bisogna avere una metodologia capace di trasformare una ricchezza potenziale in una ricchezza effettiva. Una classe multiculturale può allenare competenze fondamentali per vivere nel mondo contemporaneo, che è a sua volta multiculturale. E questo non significa penalizzare gli studenti italiani: al contrario, una didattica ben progettata può valorizzare gli italofoni e potenziarne le competenze».
Cosa ne pensa della proposta del governo di introdurre un tetto in classe per gli studenti che non parlano italiano?
«Un tetto serve ma tutto dipende dalla metodologia che viene usata. Una determinata composizione della classe può creare difficoltà se non ci sono strumenti didattici adeguati, ma sicuramente una classe multiculturale è meglio di una monoculturale, anche perché ricalca la società. Per questo la questione centrale dovrebbe essere come formare gli insegnanti affinché sappiano lavorare in contesti multiculturali».
Ca’ Foscari è da tempo un punto di riferimento per la formazione in questo campo.
«Sì, siamo all’avanguardia con master specifici e percorsi di certificazione didattica, ma serve una formazione diffusa, anche esperienziale».
La scuola italiana, oggi, è davvero inclusiva?
«Sulla carta certamente sì. Il problema è che alcuni principi non sempre riescono a tradursi nella pratica».
Che cosa servirebbe, allora?
«Una cultura di sistema, che non cambi ogni volta che cambiano un dirigente, un ministro o una linea politica. La nostra bussola dovrebbe essere la Costituzione, con l’articolo 3 che richiama il principio di uguaglianza. Lavorare nelle classi multiculturali è una sfida anche costituzionale».
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