«In Iran ci uccidono uno per uno come nemici, anche mio fratello rischia la vita in piazza: aiutateci»

Paura, rabbia e l’appello all’Occidente: la testimonianza di una giovane studentessa iraniana da due anni a Trieste

Elisa Coloni

«Loro non sono come noi, sono peggio dei nazisti: ci uccidono per strada come fossimo il nemico in guerra, ma noi dovremmo essere il loro popolo. Io voglio la libertà, voglio tornare in un Paese in cui non chiedere permesso a nessuno. Ma da soli non ce la possiamo fare. Sabato scenderemo in piazza: chiediamo l’aiuto di tutti, di Trieste e dei triestini». La rabbia e il dolore di questa studentessa iraniana di Teheran, di 25 anni, sono un tutt’uno.

La paura è angosciante e la necessità dell’anonimato assoluta: «metterei a rischio la mia vita». Per questo, doverosamente vista la situazione, su richiesta dell’intervistata useremo un nome di fantasia, Fatima, e non sveleremo il suo volto. Fatima studia all’Università di Trieste dal 2023, in una facoltà a indirizzo medico-scientifico (non diciamo quale, visti i pochi iscritti che la renderebbero riconoscibile); resterà qui fino alla laurea magistrale, altri due anni. Parla bene l’italiano e tenta di studiare, ma la testa è altrove.

Fatima, cosa rischierebbe se si esponesse per questa intervista con volto e nome?

«La mia famiglia rischierebbe la vita. Io, se non cadesse la Repubblica Islamica, rischierei di non poter tornare più a casa. Se tornassi, potrei essere fermata in aeroporto e sbattuta direttamente in carcere».

Sabato però scenderà in piazza e sarà riconoscibile.

«Infatti credo che in tanti sceglieranno di coprire il volto. I rischi sono troppi».

Cosa chiederete?

«È un’iniziativa che lanciamo come studenti iraniani a Trieste, siamo più di trecento, quasi tutti frequentano Economia. Vogliamo denunciare quello che sta succedendo e chiedere aiuto alla comunità internazionale. Spero che anche tanti triestini vorranno esserci».

Quali notizie le arrivano dall’Iran?

«Stanno uccidendo la gente per strada, ci arrivano notizie di 12 mila morti in pochi giorni. Mio fratello ha perso un amico. È andato in un obitorio a cercare il corpo: lo ha trovato in uno sacco nero, ammassato tra altri cadaveri, e la polizia gli ha chiesto mille dollari per farlo riavere alla famiglia».

Cosa ha fatto suo fratello?

«Quei soldi non li aveva. E non so come sia andata a finire, perché non riesco più a sentirlo».

Le comunicazioni sono interrotte: come fate?

«Ogni forma di comunicazione Internet è bloccata dal regime, filtrano solo pochi video e notizie. Sono riuscita a parlare una volta al telefono fisso con i miei genitori. Alcuni telefoni a casa funzionano, ogni tanto. E in ogni caso cosa una follia: i miei hanno speso 10 dollari per meno di un minuto».

La sua famiglia è al sicuro?

«Sì. I miei genitori hanno una pasticceria a Teheran, chiusa in questi giorni, nonostante la pressioni del regime per riaprire tutte le attività commerciali. Mio fratello ha 23 anni e studia Matematica. Sono tutti vivi, ma terrorizzati».

Suo fratello è tra le migliaia di giovani che stanno manifestando in piazza?

«Sì».

E non ha paura?

«Una paura folle, ma il movimento non si ferma, benché a scendere in piazza siano sempre meno persone: li stanno ammazzando uno dopo l’altro, sono disumani. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è una carneficina».

Cosa spinge la sua famiglia a protestare in strada?

«Il cibo nei negozi costa poco meno che qui, il prezzo del caffè ad esempio è uguale. Gli affitti sono alle stelle. Ma la paga di un iraniano può essere di 200 dollari al mese o poco più. Come si campa così? Ho visto la mia famiglia scivolare nel dramma di una vita impossibile da vivere. La situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni ed è degenerata negli ultimi mesi con l’imposizione della sanzioni Usa e Ue».

Lei vorrebbe la fine del regime degli ayatollah?

«Sì. Ma da soli non ce la faremo, si combatte con le mani».

Auspica un intervento degli Stati Uniti?

«Per me il solo fatto di dirlo è difficile. Gli Usa fanno i loro interessi, ma siccome non possiamo farcela da soli, in questo caso sceglierei il male minore. Quindi sì».

Come vorrebbe il suo Paese?

«Un Paese dove la gente possa vivere. E dove io non debba chiedere permesso a nessuno, tantomeno a un uomo, per studiare e lavorare. Dove nessuno mi fermi per strada per dirmi di sistemare il velo in testa».

Le è mai successo?

«Sì, nel 2021. Ce l’avevo, ma non copriva tutti i capelli. La Polizia mi ha intimato di sistemarlo. L’ultima volta che l’ho indossato risale al 2024: ero in visita alla mia famiglia. L’ho messo e mi sono sentita una stupida. Per me non è una scelta libera e non voglio essere obbligata a usarlo».

In molti invocano il ritorno di Reza Pahlav, figlio dell’ultimo scià, per favorire una transizione democratica. Lei è tra questi?

«Il Paese ha bisogno di un vero sistema democratico. Reza Pahlavi potrebbe farci avvicinare a questo obiettivo, e in molti lo sta acclamando nelle strade. Ma io mi aspetto elezioni vere, se il regime cadrà. Voglio la mia libertà, voglio vivere in democrazia. Voglio vivere senza paura». 

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