Spese militari, l’Italia raggiunge Israele: nel mondo mai tante guerre dal 1945
Obiettivo Nato raggiunto ma più per artifici contabili che per nuovi investimenti in tecnologia. In un pianeta con oltre 60 conflitti, la sfida è costruire una difesa credibile e davvero efficace

La dodicesima potenza militare mondiale ama i giochi contabili, l’apparire più che l’essere. Il puntuale rapporto dell’Istituto di ricerca per la Pace di Stoccolma afferma che nel 2025 l’Italia ha speso 48,1 miliardi di dollari per le sue armi, il 20% in più rispetto all’anno precedente. Il dato ci pone in fondo alla prima dozzina dei Paesi che investono di più nei campi di Marte, subito dietro il micidiale Israele (48,3) e davanti alla tecnologica Corea del Sud (47,8). Secondo gli analisti svedesi, la quota bellica del nostro Pil è giunta all’1,9 per cento, appena sotto al 2% dell’impegno con la Nato e significativamente più elevata dell’1,3% di 10 anni fa. Roma sostiene di aver varcato la soglia, ma siamo di nuovo agli zerovirgola che distraggono dalla sostanza. Ovvero dal fatto che il budget degli stati maggiori è cresciuto in sostanziale assenza di nuovi investimenti noti e in un contesto non trasparente, probabilmente e in gran parte, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici, grazie “a riclassificazioni di spese in precedenza non considerate come relative alla difesa”.

Gli dei della guerra sono parecchio impegnati di questi tempi. Sono quasi sessanta i conflitti attivi in corso sul Pianeta, il numero più alto dal 1945. Due sono alle porte dell’Europa e uno è molto vicino. Comunque sia, l’interconnessione economica e politica globale fa sì che ogni incendio rischi di propagarsi rapidamente e avere effetti che travalicano con facilità i confini dei contendenti. La Storia non era evidentemente finita con la caduta del muro di Berlino. Al contrario, continua a succedere e a ridare le carte non senza malignità. La speranza di una pace diffusa si è incrinata e, con essa, la fiducia dei cittadini che cercano le soluzioni nei cambiamenti di leadership, non sempre con la saggezza necessaria. L’effetto del Trumpismo sugli assetti planetari, sulle alleanze e sull’ordine delle relazioni costruite negli ultimi ottant’anni è stato deflagrante. Gli esiti si proiettano nelle cattive notizie che leggiamo tutti i giorni. La loro gravità e durata dipenderanno dai comportamenti di governi e cittadini.

Si avanza a strappi. Il primo anno di presidenza di The Donald è stato ispirato dalla volontà di rimettere al centro gli States, strategia che include il rilancio del risiko delle nazioni (vedi Venezuela, Iran, Groenlandia e Cuba) e l’esibita volontà di rinunciare al ruolo di guardiano dell’Occidente. Questo secondo passo ha portato alla imperiosa richiesta di maggiore spesa militare in seno alla Nato e ha spinto l’Europa a incamminarsi verso una difesa più autonoma, esigenza consolidata dai quattro anni di bombardamenti in Ucraina e dal sospetto che Putin abbia anche altro per la testa. È successo così che nel 2025 gli Usa abbiano innestato 985 miliardi nella difesa (+11% sul 2016) e i trentadue dell’Alleanza Atlantica siano arrivati a 1.581 miliardi. La spesa militare Ue ha raggiunto i 381 miliardi, il che rende sulla carta l’Unione la seconda potenza della Terra, un titolo che non dimostra e che è disputato dai dati cinesi non attendibili (336 miliardi). Nel complesso, in dieci anni, la spesa mondiale è salita del 41 per cento. Non bene.
Pressata dall’Amico Americano diventato “difficile” - ora minaccia di ritirare le sue truppe dall’Europa perché non collabora sull’Iran (venerdì l’aut aut verbale ai tedeschi) - l’Italia si è mossa con gli altri, puntando su una difesa continentale rafforzata come pilastro Nato: la spesa è mutata di conseguenza. Nel 2025 la dotazione delle Tre Armi è salita del 20 per cento a 48,1 miliardi, cioè a al 2% del Pil. Ma come? Sono state riclassificate come spesa per la difesa poste che non lo erano - tra cui pagamenti pensionistici e quote dei Carabinieri in funzione di polizia. La parte preponderante dell’aumento è stata concentrata in due categorie generiche: “mobilità militare”, senza alcuna precisazione di contenuto, e cybersicurezza, che probabilmente copre solo una frazione del totale.
Il ministro Crosetto ha detto che l’obiettivo del 2% è pervenuto «aumentando il focus militare su forza, capacità e ambiti che finora non avevamo calcolato – quindi Guardia di finanza, Capitaneria, spazio e cyber – come già fanno altri Paesi». Il “non avevamo calcolato” implica che già i fondi c’erano e nega che ci sia stato un progresso non contabile. Come detto, l’Osservatorio conti pubblici rileva che “la maggiore spesa dell’Italia per il personale riflette in parte il lievitare significativo del numero di militari, che secondo i dati Nato è volato da 173mila nel 2024 a 198mila nel 2025”. Abbiamo insomma speso di più senza spendere di più. Mossa scaltra. Ma che senso ha?
Se si vuole una difesa, l’unica è restare al passo con i tempi – dunque puntare sulla tecnologia di una guerra fatta coi droni e non con le truppe di terra – e massimizzare gli effetti con piani di aggregazione, in ambito europeo e Nato. Il simbolo del predominio americano è avere un solo modello di tank mentre l’Unione ne ha tredici. La strada non è un riarmo nazionale inutile, e poco popolare, quanto il rendere efficace e funzionale una sicurezza credibile nei giorni della guerra lowcost dei droni da poche migliaia di dollari. Possiamo anche indire un referendum e rinunciare alla Difesa. Ma se si ritiene di avere esercito, marina e aviazione, gli artifici contabili possono soltanto essere un trucco per prendere tempo in vista di riuscire, con tutti gli alleati, non tanto a spendere meno (se non per progetti tecnologici congiunti) quanto a spendere meglio. Essere credibili paga sempre. Anche se l’oste è uno dei peggiori vizi degli umani: la guerra.
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