Lo sport come seconda chance: il campione di canoa Scarpa e il progetto delle olimpiadi in carcere
Il progetto di “Seconda chance” ha preso il via a Belluno, poi Treviso e Padova. Il campione di canoa: «Porto con me due simulatori di voga per detenuti e agenti. Un campionato tra tutti i detenuti d’Italia»

Ai cinque cerchi olimpici ne manca uno. «È il continente dei reietti, disperati, fragili, quelli che nessuno vuole vedere, il continente che noi vogliamo visitare», dice il campione olimpico veneziano Daniele Scarpa, canoista, oro nel 1996 ad Atlanta con Antonio Rossi e argento con Beniamino Bonomi.
Un gigante buono che da anni naviga un’altra corrente, quella del sociale con la sua associazione “Canoa Republic”.
Ieri, 13 febbraio, ha varcato la soglia della casa circondariale di Belluno, il 4 marzo sarà nell’istituto penitenziario di Treviso ed è in attesa dei permessi per entrare in quelli di Padova e Vicenza per incontrare i carcerati, raccontare i successi, le medaglie, ma soprattutto le cicatrici, le partenze false, le onde contro.
Con lui, inseparabile, la moglie Sandra Truccolo, arciera, due ori e due argenti paralimpici, un’altra dalla scorza dura, in carrozzina da quando ha 23 anni, dopo un drammatico incidente.
Il progetto si chiama “Sesto cerchio. Le Olimpiadi in carcere”. Insieme, mano nella mano, come nella vita.

L’ideatrice e organizzatrice è la giornalista Giovanna Pastega, responsabile del Triveneto di Seconda Chance, associazione del terzo settore che si occupa di reinserimento lavorativo: il sodalizio dal 2002 è riuscito a ricollocare 750 tra detenuti, affidati ed ex detenuti assunti da importanti aziende italiane.
«Anni fa sono entrato nel carcere di Venezia, è stata un’esperienza fortissima, senti i portoni che sbattono dietro le spalle, uno, due, tre, il giro delle chiavi. L’obiettivo è trasmettere ai detenuti un messaggio di speranza e dignità.
Tutti devono avere una seconda chance. Quando entro in carcere tolgo l’orologio, sono lì per loro» racconta Scarpa. Il progetto gode del patrocinio del Coni, di Federcanotaggio (Fic), della Federazione italiana canoa e kayak (Fick) e di Fondazione Cortina.
I detenuti di Belluno, la direzione e gli agenti di polizia penitenziaria hanno visto due documentari che raccontano la storia sportiva e personale dei due sposi-campioni. «Questo per avvicinare i detenuti alle storie di impegno, fatica, lavoro e determinazione – spiega Pastega –. Un modo per far conoscere i valori delle Olimpiadi e dello sport come rispetto, amicizia, eccellenza, fair play, lealtà, solidarietà e inclusione».
Scarpa per anni si è battuto affinché emergesse la verità sul doping, se oggi c’è la legge 376/2000 (che ha introdotto con forza l’attenzione alla tutela della salute dell’atleta) è anche merito suo. Anni di minacce, processi, ricorsi.
«Ragazzi, la verità la fate voi – ha detto Scarpa in carcere a Belluno –, il doping è paragonabile allo stupro, sappiate che vi fa male, l’informazione è tutto, le scelte della vita vanno valutate».
Con i due campioni sono entrati ed entreranno nelle carceri del Veneto anche due simulatori di voga professionali per pagaiare dietro le sbarre: «Fare fatica fa bene – continua il campione –. Vorrei vedere carcerati e secondini allenarsi insieme, tanti atleti olimpici fanno parte delle fiamme azzurre. Tra i primi ci fu Mennea».
E lancia la sfida: «Un campionato tra tutti i detenuti d’Italia. I simulatori possono collegarsi in simultanea da remoto. Potrò allenarmi con loro. Fissiamo delle date e organizziamo una competizione tra carcere e carcere. Un modo per combattere la noia. Vorrei che in ogni città italiana entrasse il suo campione olimpico».
Poi comincerà la seconda parte: «Stiamo cercando sponsor pubblici e privati per donare i vogatori nelle carceri. Vogliamo anche organizzare dei corsi con istruttori locali aperti a detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Parallelamente saranno svolti laboratori dedicati all’alimentazione sportiva, al benessere psicofisico e alla prevenzione». È il sesto cerchio che si chiude.
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