Le valanghe spaventano sempre di più, l’esperto: «Ecco i consigli per vivere la montagna in sicurezza»
Nelle scorse ore una slavina ha ucciso tre sci alpinisti in Alto Adige. Titton (Soccorso alpino):«Fate sempre delle indagini stratigrafiche»

Pericolo valanghe nel Bellunese. A poche ore dalla spaventosa slavina di Cima d’Incendio in val Ridanna (Alto Adige) che ha investito decine di sci alpinisti e ucciso tre persone, Michele Titton, delegato provinciale del Soccorso alpino, analizza lo stato del manto nevoso, spiega quali sono i pericoli del fuori pista e dà alcuni consigli fondamentali per fare un’escursione in sicurezza. «Ad oggi, il bollettino meteo dà rischio moderato, quindi il pericolo è presente».
Cosa significa?
«Che le condizioni attuali potrebbero innescare nuove valanghe: una situazione dovuta a vari motivi».
Quali?
«Sono due i motivi principali: il manto nevoso instabile e i forti cambiamenti climatici».
Ci spieghi meglio.
«La stagione è stata poco ricca di nevicate. Si è quindi formato uno strato debole di base, che è presente in tutti i nostri pendii. Questo strato debole è latente: quindi, in situazioni come queste, i rischi valanghivi sono maggiori».
In merito ai cambiamenti climatici?
«Con i forti cambiamenti climatici, la variazione di temperature innesca all’interno del manto nevoso dei metamorfismi che lo rendono debole, a prescindere che si passi da caldo a freddo e da freddo a caldo. Quando il manto si trasforma nelle prime ore del giorno, i legami cambiano, passando da una forma dall’altra, così lo strato diventa debole».
Quanto incide il vento?
«Molto. Un altro grande pericolo sono proprio gli accumuli di neve dovuti al vento. Cosa avvenuta questa settimana, ad esempio. Con il vento si creano dei lastroni, soffici o duri, che si appoggiano sopra lo strato pre-esistente con il quale non legano a dovere».
E cosa accade?
«Un piccolo sovraccarico di un singolo scialpinista potrebbe staccarli del tutto. Questa massa, quando parte, si muove ondeggiando sul versante e dà dei forti colpi di energia allo strato successivo. Di conseguenza si innesca un fenomeno valanghivo molto importante».
Gli alpinisti, oggi, come si comportano?
«Abbiamo una frequenza molto elevata di scialpinisti nelle Dolomiti, con diversi incidenti non gravi ma costanti».
Siamo in primavera, cosa si deve valutare prima di uscire in escursione?
«Se uno pianifica una gita e vede che c’è già una traccia di salita e discesa, non vuol dire che quel pendio sia sicuro. A volte, le foto postate sui social portano le persone ad essere sviate, perché le condizioni cambiano nel giro di poche ore».
Quali sono i consigli per evitare di farsi male?
«Innanzitutto, si deve controllare il bollettino meteo, utile a pianificare la gita. Quando arrivi a fare l’escursione, insieme a tutti i dispositivi di cui devi essere dotato (pala, sonda ed artva), oltre a guanti, occhiali e protezioni, si deve valutare la pendenza del pendio, la temperatura e l’irraggiamento. Deve essere tenuto in considerazione anche l’orario di inizio dell’escursione, con la neve che può diventare più tenera».
Serve fare una attenta valutazione quotidiana?
«Si devono rispettare le fondamentali regole su come affrontare l’escursione. Oltre alla macro-traccia, il percorso che si definisce prima di partire prendendo dei riferimenti, si deve stare attenti alle micro-tracce, che possono variare in base alle distanze del gruppo di componenti in gita».
Ovvero?
«Non bisogna sovraccaricare troppo il pendio, magari si deve passare uno alla volta. Se supera i 30 gradi di pendenza, la probabilità che si inneschi un evento valanghivo è alta. In certi casi, fare una piccola stratigrafia e capire se gli strati sono coesi può dare indicazioni importanti. Non serve essere degli scienziati per capire la stabilità del manto».
Ci sono dei corsi per essere più preparati?
«Si, ci sono dei corsi organizzati dalle Guide alpine o dal Cai: piccoli metodi che si possono applicare durante la gita. Consiglio di perdersi sempre 5 minuti, fermarsi in un posto sicuro prima di immettersi nel pendio ripido e fare un’indagine per capire se gli strati sono pericolosi. E se lo sono, è bene desistere o cambiare versante».
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