L’Italia si sta demodernizzando da sola: la sfida dimenticata delle infrastrutture

Dalle reti idriche che perdono quasi metà dell’acqua alle infrastrutture energetiche e digitali: il ritardo accumulato dal Paese rischia di trasformarsi in un freno permanente alla crescita. E mentre il mondo investe per modernizzare le proprie reti, l’Italia continua a rinviare scelte decisive

Paolo CostaPaolo Costa

Paesi demodernizzati dalla “guerra alle infrastrutture” e Paesi, come l’Italia, che si stanno demodernizzando da soli. Se occorreva una dimostrazione inconfutabile dell'importanza delle infrastrutture nel determinare i ritmi di crescita e i livelli di qualità della vita delle società avanzate, le guerre in corso la stanno fornendo nel modo più tragico: russi e ucraini si accaniscono sui reciproci patrimoni infrastrutturali; Stati Uniti, Israele e Iran stanno seguendo la stessa grammatica di “infrastructural warfare.

Colpire le reti elettriche, idriche, digitali e di trasporto è un modo per aggirare il giudizio morale contro l'attacco alle popolazioni, ottenendo un effetto altrettanto devastante e duraturo: un paese privato delle proprie reti dalle bombe di una notte vede ridursi la sua capacità di crescita per lustri o decenni.

Esempi pacifici

Ma questi tempi di siccità e di surriscaldamento ci regalano anche in Italia altri esempi, per fortuna pacifici, del ruolo cruciale svolto dalle infrastrutture. Come non dolersi del fatto che la carenza di infrastrutture di accumulo, grandi o piccoli invasi che siano, ci consente di trattenere non più dell’11% dell’acqua piovana, e che l’obsolescenza della rete di distribuzione idrica fa disperdere il 42% del’acqua potabile?

O come non biasimare il fatto che l’Italia che gode di una radiazione solare annua superiore alla Germania abbia installato meno della metà dei gigawat da fotovoltaico tedeschi? Se le bombe demodernizzano in una notte, l’obsolescnza o il mancato adeguamento demodernizzano costantemente: entrambe proiettano l’eventuale ammodernamento ad un orizzonte lontano dettato dai tempi incomprimibili di realizzazione delle nuove infrastrutture.

L'Italia è sopravvissuta finora alla propria sottodotazione infrastrutturale — non soltanto di trasporto, ma sempre più di reti elettriche, idriche e digitali — sfruttando da almeno vent'anni le riserve ereditate dal passato, senza rinnovarle o sopportando i maggiori costi imposti da scelte tecnologiche, e quindi infrastrutturali, arretrate.

La causa prima: i vincoli di bilancio pubblico imposti da un debito che resta tra i più alti d'Europa. Oggi quelle riserve sono in larga parte consumate: la rete di trasporto obsoleta rispetto alle nuove accessibilità ai mercati europei e globali sempre più necessaria, e i cambiamenti climatici, con le ondate di calore che mettono sotto stress reti elettriche e idriche, ne hanno reso evidente l'esaurimento.

Qui si annida il vero problema che la politica italiana di governo e di opposizione sembra fingere di non vedere. Il debito pubblico elevato impone vincoli di bilancio che comprimono la spesa in conto capitale; la minore spesa infrastrutturale frena la produttività totale dei fattori e il prodotto potenziale; una crescita del Pil modesta — da prefisso telefonico, si potrebbe dire — mantiene alto il rapporto debito/Pil anche a fronte di un debito nominale stabile; un rapporto debito/Pil alto richiede nuovo rigore di bilancio, che colpisce ancora una volta, per primi, gli investimenti infrastrutturali, i più facili da rinviare a carico delle future generazioni. Il debito frena le infrastrutture, le infrastrutture frenate frenano la crescita, la crescita frenata rende il debito più pesante.

Da questo circolo discende un doppio dramma. Il primo è che le risorse pubbliche disponibili per gli investimenti sono ormai prossime allo zero e comunque sproporzionate rispetto alle enormi necessità di ricreare condizioni infrastrutturali che rendano possibile un ravvivarsi della crescita, mentre nessuno organizza seriamente un canale di finanziamento privato che attinga anche al risparmio nazionale — che pure resta abbondante: l'offerta di capitale ci sarebbe, manca l'architettura istituzionale — strumenti affidabili di project financing, fondi infrastrutturali dedicati, garanzie pubbliche mirate — capace di incanalarlo verso le reti senza gravare sul debito.

L’agenda pubblica

Il secondo dramma riguarda l'agenda pubblica prima ancora delle risorse: la necessità di investire in infrastrutture per accrescere la produttività totale dei fattori e suo tramite il prodotto potenziale — e con esso le risorse per sanità e istruzione e quelle redistribuibili verso i giovani, le donne, le regioni più arretrate — non sembra interessare quasi nessuno. Anche le forze politiche di opposizione che dicono di volersi qualificare prima di tutto con un “programma” in vista delle prossime scadenze elettorali faticano a riconoscere in questo tema quel discrimine per il benessere collettivo che pure è.

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