Un boato nella notte e poi l’incendio, trent’anni fa la Fenice
La notte dei soccorsi poi la disperazione del mondo intero alle prime luci dell’alba. Il 29 gennaio 1996 un incendio distrusse il simbolo della città: l’urlo della guardia, la corsa dei pompieri, la ricostruzione

Il teatro più bello del mondo distrutto per non pagare la penale. Sono passati trent’anni da quella notte indimenticabile. Quando la Fenice, gioiello della lirica e orgoglio della città e del mondo, venne cancellata da un incendio disastroso, che aveva anche minacciato l’intera Venezia.
Si saprà più tardi che a dar fuoco al teatro non era stato il caso, né l’incuria. Due elettricisti in ritardo con i lavori per il rifacimento degli impianti avevano incendiato il sottotetto. Innescando diversi focolai.

Grazie ai solventi e alle vernici depositate, quello che doveva essere un atto “dimostrativo” si era trasformato in tragedia. Uno dei roghi più tremendi della storia della città.
In poche ore il Gran Teatro La Fenice era andato completamente distrutto. Alle prime luci dell’alba lo spettacolo terribile. Della sala, dei velluti e dei decori del teatro famoso in tutto il mondo non restava che cenere. La Fenice era ridotta a un grande cratere fumante.
Il 29 gennaio del 1996 la serata a Venezia sembrava una delle solite. Inverno duro, vento di tramontana e aria gelida. Nessuno o quasi per la strada.
Nella vicina Ca’Loredan, sede del Comune, è in corso una seduta del Consiglio comunale. D’un tratto il silenzio cupo viene rotto da un urlo disperato. La poliziotta di turno è stata avvisata che lì qualcosa non va. Corre in campo San Fantin e si trova di fronte la tragedia. «Presto, correte, qui sta bruciando tutto!», urla alla radio tra le lacrime.
Sono le 20.59. E il fuoco è già al lavoro in silenzio da quasi venti minuti. Appiccato da mani criminali dove non poteva essere scoperto.
Anche il custode Gilberto Paggiaro, di guardia quella sera al teatro, se ne accorge tardi e si dispera. Le fiamme sono già alte. L’immobile notte veneziana viene squarciata da crepitii e bagliori.

I pompieri arrivano in pochi minuti. Ma quando sono vicini al teatro ecco la prima sorpresa. I rii sono all’asciutto perché, ironia della sorte, si sta lavorando in quei giorni proprio al nuovo impianto antincendio e alle tubature.
Non c’è acqua, e le pompe devono essere rifornite a Santa Maria del Giglio, in Canal Grande. Passano altri istanti preziosi. Quando si comincia a lanciare acqua le fiamme sono già avanzate. Stanno prendendo fuoco il foyer, le Sale Apollinee. Si vedono fiamme alte più di 50 metri anche dalla terraferma. L’eroico comandante dei vigili del Fuoco Alfio Pini si lancia all’interno della platea sfondando il portone, sfidando il fumo e le fiamme. E l’oscurità, perché nel frattempo è mancata anche la luce.
«Dovevamo togliere alla svelta le bombole di gas che servivano per i lavori, si rischiava una grande esplosione» racconterà poi. Operazione riuscita. Ma intanto l’incendio non si ferma. In campo San Fantin accorrono di corsa il sindaco Massimo Cacciari e i consiglieri.
Arriva il pm di turno, il giudice Felice Casson, che poi condurrà le indagini e scoprirà i colpevoli di tanta distruzione.
Alle dieci di sera in punto le travi del soffitto della platea cedono di schianto. Il tetto crolla dentro il cratere con un boato spaventoso, e un’onda di calore che schiaccia tutti addosso ai muri di campo San Fantin. Silenzio e urla dei soccorritori. Ma ormai è tardi.
Il fuoco avanza, e già si capisce che l’innesco non poteva essere spontaneo. Arriva finalmente l’elicottero dei vigili del Fuoco, pilotato da Roberto Tentellini. Non doveva volare, ma lui lo guida con coraggio avanti e indietro. Centinaia di viaggi dal bacino San Marco al teatro in fiamme. Ma il destino del teatro è ormai segnato.
Per la seconda volta nella sua storia – dopo il rogo del 1836 – viene distrutto dalle fiamme. Stavolta appiccate dall’uomo.
La notte passa con i pompieri al lavoro, le telecamere e i giornalisti giunti da mezzo mondo appostati nei tetti vicini, perché l’area della Fenice è stata chiusa. Paura anche per chi abita nei pressi.
Tizzoni ardenti cadono sui tetti e sui balconi, l’incendio rischia di allargarsi e di andare fuori controllo. «Il lavoro più difficile è stato proprio quello», racconterà poi Alfio Pini, «isolare il resto della città dal teatro che ormai avevamo capito, era perduto».

Le prime luci dell’alba illuminano uno spettacolo da girone dantesco. Il fuoco non è ancora spento. Di quello che era il teatro, luogo dove si rappresentavano le prime di Verdi e Rossini e dove accorrevano i principi e Capi di Stato stranieri, non resta che un grande cratere fumante.
Ci vorranno giorni per dichiararlo spento. E intanto Venezia è attonita. In lutto non soltanto per i danni, stimati allora in almeno 120 miliardi di lire, ma per l’oltraggio fatto alla città e per la perdita del suo gioiello di famiglia.
Si apre la gara internazionale di solidarietà. La colletta per il teatro raggiunge cifre record, ci sono presidenti, attori, musicisti, editori, e registi come Woody Allen, che proprio alla Fenice avrebbe inaugurato pochi giorni dopo la stagione jazz con un concerto di clarinetto.
Il sindaco Cacciari promette: «La Fenice sarà ricostruita, com’era e dov’era». Si apre la gara internazionale.
L’architetto Aldo Rossi vince il progetto insieme alle ditte Holzmann-Romagnoli. Cinque anni più tardi, nel 2001, per i ritardi accumulati e i ricorsi delle escluse i lavori sono fermi.
La nuova amministrazione, guidata da Paolo Costa, affida l’incarico dei lavori alla ditta Sacaim, sempre su progetto di Aldo Rossi. Dopo due anni il teatro è ricostruito.

Com’era, ma con la tecnologia che aiuta nell’acustica e nella sicurezza. Con gli arredi rifatti su misura dall’artista Guerrino Lovato sugli stampi ottocenteschi. Il 14 dicembre del 2003 il teatro viene riaperto, alla presenza del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Ancora una volta la Fenice rinasce dalle sue ceneri, come nella mitologia classica. E dopo sette anni di esilio, al PalaFenice del Tronchetto e al Malibran, i veneziani si riprendono il loro teatro.
Intanto le indagini sono concluse. Il bravo pm ha scoperto i colpevoli. Districando una ragnatela complicata, testimonianze contraddittorie.
Enrico Carella e il suo dipendente Massimiliano Marchetti hanno bruciato tutto per non pagare la penale dei lavori che non avrebbero concluso in tempo. Sono stati visti per ultimi nelle soffitte del teatro e poi scappare verso il Lido. Il tribunale li condanna a sette anni, sentenza poi confermata dalla Corte di Cassazione e diventata definitiva. —
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