Dieci anni senza Giulio Regeni, ancora in attesa di giustizia

Il 25 gennaio del 2016 l’ultimo Sms dal Cairo del giovane ricercatore trovato morto il 3 febbraio. La battaglia inesausta dei genitori, il muro di gomma dell’Egitto, la mobilitazione di tanti

Marco Ballico
Giulio Regeni
Giulio Regeni

«Gli dobbiamo ancora una risposta». Nelle pagine social del collettivo “Giulio Siamo Noi” si capisce in fretta il valore dell’anniversario di oggi, i dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, il ricercatore uscito di casa per andare a una festa di compleanno al Cairo, in una città blindata per l’anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, e trovato morto, il 3 febbraio 2016, lungo una strada periferica che collega la capitale dell’Egitto ad Alessandria. A Fiumicello, dalle 14.45 nel palazzetto del pattinaggio, si ribadirà, una volta ancora, l’ostinata volontà di verità e giustizia.

La formazione

Giulio Regeni nasce a Trieste nel 1988. Cresciuto a Fiumicello, frequenta il liceo classico linguistico Petrarca nel capoluogo regionale per tre anni, ma si trasferisce per completare le superiori nel Collegio del Mondo Unito di Montezuma, nel New Mexico. È un ragazzo curioso, sensibile, capace di indignarsi. A 17 anni scrive dell’uragano Katrina del 2005 e della lentezza dei soccorsi, collega il disastro ambientale alle responsabilità politiche, si chiede chi paga davvero il prezzo delle scelte dei potenti.

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La formazione continua a Leeds, dove si laurea in Arabic and Politics, quindi a Cambridge, master in Development Studies e dottorato, percorso che lo porta al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. «Spesso tra eroe e vittima c’è l’espressione “Se l’è andata a cercare” – scrivono i genitori Paola e Claudio nel libro “Giulio fa cose” –. No, Giulio non se l’è andata a cercare. Giulio non era né un santo, né un eroe. Era un ricercatore e non era andato in Egitto a fare altro che svolgere la sua ricerca».

Gli ultimi giorni

«Sto uscendo», scrive il giovane nel suo ultimo messaggio alle 19.41 del 25 gennaio di dieci anni fa. Poi sparisce nel nulla. L’autopsia, che riscontrerà fratture, bruciature, ferite profonde, non lascia dubbi: è stato seviziato e ucciso. Da quel momento, per chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, il tempo non ha mai smesso di provocare dolore. «Abbiamo visto tutto il male del mondo sul suo corpo – parole di mamma Paola –. Ma tutto il male del mondo è anche quello che è attorno a Giulio: omertà, paura, intrighi, depistaggi. Il coraggio è andare avanti, giorno dopo giorno, sapendo che esiste tutto questo».

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Promesse e silenzi

Il riferimento è alle versioni ufficiali egiziane che si contraddicono: incidente, rapina, banda criminale. A una messinscena che crolla sotto il peso dei fatti. Al mantra di una collaborazione egiziana che invece è inesistente. Agli appelli che cadono nel vuoto.

A istituzioni che a microfoni accesi promettono impegno totale, ma finiscono a volte per litigare perfino sul simbolo dello striscione giallo che ricorda Giulio, con la figura del ricercatore trasformata in campo di battaglia tra ideologie politiche.

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La rabbia

In questi dieci anni Paola Deffendi e Claudio Regeni, intervenendo attraverso la legale Alessandra Ballerini, non hanno mai smesso di pretendere di sapere. E, per questo, non hanno fatto mancare posizioni forti. Una rabbia lucida, mai urlata. Nel giugno 2020, il governo Conte autorizza la vendita di due fregate all’Egitto. «Questo governo ci ha tradito – è la reazione dei genitori di Giulio –. Le navi e le armi serviranno a perpetuare le violazioni dei diritti umani contro le quali abbiamo sempre combattuto». «In sette anni – aggiungono a fine 2023 –, si sono alternati sei governi e tutti ci hanno assicurato piena collaborazione. Cambia lo stile, ci sono governi più o meno mediatici, ma il contenuto è lo stesso: rimane la presa in giro».

Il simbolo

La richiesta di verità si è tradotta in un colore. Il giallo degli striscioni, dei braccialetti, delle panchine, che diventano luoghi vivi, di confronto. Tra le tante dedicate a Giulio in tutta Italia da Comuni, enti e associazioni, dal novembre 2024 ce n’è una nel Campus di Padriciano di Area Science Park. Un’iniziativa nata dal basso, da una colletta di personale e ricercatori. Hanno acquistato la vernice e una targa, destinando il resto delle donazioni alle spese legali e processuali della famiglia. «Mai molar», ha detto la signora Paola chiudendo il suo intervento nel giorno dell’inaugurazione.

E in questi giorni anche l’Università di Trieste, sul suo sito, ricorda Giulio «come simbolo della libertà di ricerca». 

 

Dalle indagini al processo

L’iter giudiziario del caso Regeni inizia pochi giorni dopo l’omicidio. Mentre la salma di Giulio fa ritorno in Italia, la magistratura invia una squadra investigativa in Egitto. Ma già emergono ostacoli insormontabili: rogatorie ignorate, tabulati telefonici a singhiozzo, video delle telecamere cancellati. Il Cairo non collabora. Non lo farà mai.

Nella primavera 2019 viene insediata una Commissione parlamentare di inchiesta, presieduta dal deputato di Sel Erasmo Palazzotto. Il quadro che emerge è chiaro: Giulio è stato sequestrato, interrogato, torturato e ucciso. I sospettati sono uomini della National Security egiziana.

La Procura di Roma emette i primi atti di rinvio a giudizio: nel gennaio 2020 quattro agenti dei servizi segreti – il generale Tariq Sabir, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel, il maggiore Magdi Sharif – sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato; a Sharif vengono contestati anche concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato. Il processo si apre nell’ottobre 2021 nell’aula bunker di Rebibbia. Ma, tra imputati contumaci e legali d’ufficio, i giudici devono affrontare questioni procedurali straordinarie, la più complicata delle quali, l’impossibilità di reperire gli imputati e notificare loro gli atti processuali (il Cairo non fornisce gli indirizzi), prerequisito fondamentale secondo la legge italiana, viene portata all’attenzione della Corte costituzionale.

Nel 2023 una sentenza storica: la Consulta stabilisce che, nei casi di tortura, il giudice può procedere anche in assenza degli imputati quando la mancata cooperazione dello Stato estero impedisce di avere la prova che l'imputato sia a conoscenza del processo, garantendo comunque il diritto a un nuovo processo in caso di rintracciamento.

È una svolta: il dibattimento può continuare, ma il percorso resta complesso. Anche perché i rapporti diplomatici con l’Egitto rimangono congelati. Si ritorna in aula nel 2024.

Ma lo scorso ottobre, alla vigilia della requisitoria, il processo subisce un nuovo arresto. La Corte d’Assise sospende le udienze e rimette gli atti alla Corte costituzionale. Il nodo è tecnico, ma decisivo. Gli avvocati d’ufficio chiedono che agli imputati, pur se assenti, venga riconosciuto il gratuito patrocinio, indispensabile per nominare consulenti tecnici e traduttori chiamati a controbattere alle prove dell’accusa. In mancanza di quelle risorse, sostengono, la difesa rischia di restare sulla carta. I giudici accolgono l’eccezione, ritenendola rilevante e non manifestamente infondata. Fino alla pronuncia della Consulta, il dibattimento si ferma. Ancora mesi, forse un altro anno di attesa. —

 

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