«Dopo il rogo della Fenice l’impulso a prendersi cura delle fragilità di Venezia»
Alfio Pini il 29 gennaio di 30 anni fa era a capo del comando provinciale dei vigili del fuoco di Venezia: «Dal 1996 a oggi enormi passi avanti sulla creazione di una rete idrica dedicata per la città»

Le lingue di fuoco che la notte del 29 gennaio 1996 squarciarono la notte della laguna, carbonizzando i resti della Fenice, non sono state vane. Da quelle ceneri, spinte dai venti fin sopra la Giudecca a testimonianza dell’enormità del rischio che corse l’intera città, nacque infatti anche un’opportunità. Quella di mettere al sicuro Venezia dal fuoco, con la prima rete antincendio cittadina (parallela e separata dalla rete idrica), fino a quel momento inesistente. Oggi, 30 anni dopo, l’opera non è ancora completa.

«Ma tanto è stato fatto. Quell’episodio della Fenice è stata una lezione: Venezia è una città delicata, la cui sicurezza va tenuta di continuo sott’occhio con attenzione e investimenti». Parola di Alfio Pini, comandante provinciale dei vigili del fuoco di Venezia dal 1992 al 2002. Fu Pini, oggi in pensione, a coordinare le operazioni dei vigili del fuoco in quella drammatica notte che ha segnato una delle pagine di storia più importanti della città.
Pini, lei quella notte era presente. Ci racconti come andò.
«Alle 9 di sera è successo quello che non sarebbe dovuto succedere. Il teatro era in fase di ristrutturazione. Ero in caserma a quell’ora, ho sentito che l’altoparlante ha chiamato due squadre per un incendio alla Fenice, sono subito uscito anch’io. Quando siamo entrati nel teatro ho trovato fiamme molto alte, abbiamo subito cercato di portare fuori le bombole per evitare che scoppiassero poi ho dato disposizione che nessuno entrasse nella sala del teatro. Eravamo in dieci, all’inizio, poi sono arrivati pompieri da mezzo Veneto. Stavano facendo dei lavori nei canali intorno al teatro, abbiamo dovuto prendere l’acqua dal Canal Grande vicino a Rialto e portarla con le tubazioni fino alla Fenice per affrontare il rogo. Quella notte ricordo che c’era vento di bora. Già prima che crollasse il tetto dalle Sale Apollinee, ricordo le fiamme fuori dalle finestre. Lì ci sono edifici a un metro e mezzo di distanza. A quel punto abbiamo distribuito tutto il personale sui tetti delle case vicine. Quando è crollato il tetto, i tizzoni di legno salivano per la corrente ascensionale e il vento li portava in giro per la città. Abbiamo trovato dei tizzoni anche alla Giudecca, c’era il rischio che andasse a fuoco la città. Le operazioni si sono concluse verso le sei di mattina».

Quell’episodio fu uno spartiacque per Venezia. Che lezione lascia il rogo della Fenice?
«Nel ’92 quando sono arrivato a ve mi sono posto il problema dell’antincendio in città. Con acqua alta le barche non passano sotto i ponti, con la bassa marea ci sono problemi con i fondali. Ai tempi della Fenice, l’unico modo di spegnere gli incendi era grazie all’acqua dei canali o allacciandosi alla rete domestica. Per questo abbiamo iniziato a ragionare sull’ ipotesi di fare una rete idrica antincendio esclusiva, quanto meno nelle zone più delicate. Quando è capitato l’incendio, abbiamo stretto i tempi. Ora la rete di Venezia è diventata un fiore all’occhiello in tutto il mondo, unica nel suo genere. Per questo dico che la lezione che lasciato la Fenice è che viviamo in una città delicata per la quale serve continua attenzione alla sua sicurezza con un sistema di protezione civile che deve essere mantenuto su alti livelli».

Oggi sul tema della prevenzione si può dire che la città è al sicuro?
«Con la creazione di una rete idrica antincendio è stato fatto un grosso passo avanti che ha portato anche alla costituzione di riserve idriche per le attività a maggior rischio: hotel, musei, chiese oggi dotate di impianti autonomi. Resta il problema che Venezia è una città molto delicata e vulnerabile, con il legno presente dappertutto e le case attaccate l’una all’altra. E poi qui manca uno strumento utilissimo come le autoscale. Oggi se avviene un incendio ai piani alti, i problemi restano. Le barche hanno a bordo scale di legno che raggiungono dieci metri di altezza: troppo poco. Mi auguro che si possa venire a capo anche di questo problema per poter ulteriormente incrementare le risorse disponibili per affrontare gli incendi». —
Riproduzione riservata © il Nord Est









