Giavazzi: «Italia a metà velocità, pesa il nodo salari. Lo shock energetico non è finito»

L'economista analizza la fragilità italiana: «Perso l'8% di potere d'acquisto, recuperato solo l'1%. Il blocco degli scaglioni Irpef è una tassa occulta da 25 miliardi»

La redazione
Francesco Giavazzi
Francesco Giavazzi

«Il punto di partenza è semplice: la domanda interna è debole. I salari sono bassi e i consumi ne risentono. Se l’area euro cresce attorno all’1-1,3%, l’Italia si ferma più o meno alla metà. Questo divario non è casuale, ma riflette una fragilità strutturale del nostro sistema economico». Francesco Giavazzi, professore alla Bocconi e già consigliere economico di Mario Draghi a Palazzo Chigi, parte da questo aspetto per analizzare i rischi economici legati alle tensioni geopolitiche globali che si susseguono a partire dal conflitto in Ucraina per arrivare alla crisi in Iran. In un contesto in cui c’è anche chi come Larry Fink, amministratore delegato del fondo d’investimento BlackRock, parla apertamente di «recessione globale» nel caso in cui il prezzo del petrolio superi i 150 dollari al barile.

Quanto pesa il contesto internazionale, a partire dalla guerra in Medio Oriente?

«Pesa molto. Più il conflitto si prolunga, più aumenta l’incertezza e più si indebolisce l’economia. Il rischio è duplice: da un lato la crescita rallenta, dall’altro l’inflazione può tornare a salire, soprattutto se si colpiscono snodi strategici come energia e trasporti. È lo scenario peggiore: stagnazione con prezzi in aumento».

Quali sono i canali principali attraverso cui il conflitto impatta sull’economia europea?

«Il primo è quello energetico: se il prezzo del petrolio dovesse salire verso livelli molto elevati l’effetto si trasferirebbe rapidamente su inflazione e costi di produzione. Il secondo è l’incertezza: imprese e famiglie tendono a rinviare investimenti e consumi. Il terzo riguarda le catene di approvvigionamento, che possono subire nuove interruzioni. Tutti fattori che frenano la crescita».

E per l’Italia l’impatto rischia di essere più forte?

«Sì, perché partiamo da una situazione più fragile. Cresciamo meno e abbiamo una domanda interna più debole. In un contesto di shock esterno, come una guerra prolungata, chi è più debole soffre di più. Inoltre abbiamo prezzi dell’energia più alti rispetto ad altri Paesi europei, e questo amplifica l’impatto».

Quindi lo shock energetico non è alle spalle?

«No. Basta guardare i prezzi: in alcuni Paesi europei sono molto più bassi che in Italia. Questo indica che il problema non è solo globale, ma anche nazionale. La risposta non può essere fermarsi: bisogna accelerare sulle rinnovabili. Fare passi indietro oggi sarebbe l’errore più grande».

Sul fronte interno, però, il nodo principale resta quello dei salari.

«Esattamente. L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui il potere d’acquisto non ha recuperato dopo lo shock inflattivo legato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Abbiamo perso circa l’8% e finora ne abbiamo recuperato appena l’1%. Negli altri Paesi il recupero è quasi completo. Questo spiega perché i consumi restano deboli».

In questo quadro si inserisce anche la questione fiscale. Che effetti ha avuto la scelta di non aggiornare gli scaglioni Irpef?

«Ha avuto un impatto rilevante. Dopo il picco di inflazione del 2022-23, il governo ha deciso di non modificare gli scaglioni dell’imposta sul reddito. Il risultato è che molti lavoratori, pur non essendo realmente più ricchi, sono passati a scaglioni più alti solo per effetto dell’inflazione. Parliamo di circa il 15% dei dipendenti, quindi quasi 4 milioni di persone».

Con quali conseguenze?

«Conseguenze molto concrete: più tasse pagate senza un reale aumento del potere d’acquisto. Si tratta di circa 25 miliardi di maggiori imposte, solo in parte restituiti attraverso tagli contributivi e fiscali. E non in modo uniforme: chi guadagna meno ha ricevuto di più, chi sta sopra i 30-35 mila euro meno e con ritardo».

Questo meccanismo quanto incide sui consumi?

«Incide molto. Se i salari reali restano compressi e in più aumenta il prelievo fiscale implicito, è inevitabile che le famiglie riducano la spesa. Ed è esattamente quello che vediamo: una domanda interna debole che frena la crescita».

Il governo ha margini per intervenire?

«Sì, ma deve scegliere le priorità. Una è sicuramente quella dei salari. Servono due interventi: da un lato un salario minimo che protegga i redditi più bassi, dall’altro una revisione dei contratti collettivi. Oggi molti contratti sono troppo lunghi: se l’inflazione sale nel primo anno, i lavoratori restano penalizzati per i successivi».

Il salario minimo resta però un tema divisivo.

«È vero, ma nei Paesi dove esiste ha funzionato: ha sostenuto i redditi più bassi e ha trascinato verso l’alto anche quelli medi. In Italia, invece, la contrarietà a questa misura ha contribuito a rallentare il recupero del potere d’acquisto».

Quale dovrebbe essere la priorità del governo?

«Restituire capacità di spesa alle famiglie. Senza questo, qualsiasi politica economica rischia di essere inefficace».

Riproduzione riservata © il Nord Est