Energia e rischio recessione, Pichetto Fratin: «Italia più sicura ma crescita in calo»
Il ministro dell’Ambiente: «Prezzi in crescita, possibile frenata dell’ 0,2% del Pil. Resta la dipendenza dall’estero, paghiamo alcune scelte miopi del passato»

«Rischiamo la recessione» o siamo «a un passo dalla recessione»? Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dell’Italia, vede pericoli ma non disastri. «C’è un’incertezza che non riguarda soltanto un Paese, non è solo l’Italia – dice l’esponente di Forza Italia, politico di lungo corso, piemontese di Veglio (Biella) –. È una evoluzione mondiale, uno scenario diverso dal passato che si afferma con modalità differenti. Al momento, guardando all’andamento del gas e del petrolio, può darsi che noi avremo 0, 2 punti di crescita in meno. Non è bello, ma non è una situazione drammatica».
Perché?
«L’Italia è al sicuro con gli stoccaggi fatti a 45 euro a megawattora; adesso siamo fra 50 e 55 euro. Va bene, però non basta per essere garantiti, perché il fattore energetico – rispetto a una possibile recessione – è rilevante per tutti e ha ricadute globali. Il problema è cosa succede se si ferma il Giappone, che ha oltre il 70% del greggio di origine mediorientale, o la Cina che è molto esposta. Senza dimenticare la guerra in Ucraina che è sempre lì…».
Il petrolio e il gas non arrivano, ma mancano anche materie prime come i fertilizzanti. Non è una buona notizia.
«Non lo è affatto. Il mercato è fermo e non sappiamo per quanto. Durerà tutto aprile? Maggio? Il potenziale negativo per le produzioni agricole è evidente».
Più analisti europei dicono che, in caso di crisi energetica, l’Italia soffrirà più che altri Paesi. Davvero?
«Paghiamo il nostro alto debito e una serie di fragilità storiche, anzitutto l’esigenza di importare l’80 per cento dell’energia, dato che include i pannelli e le pale che compriamo all’estero».
Siamo vittime della dipendenza energetica.
«È enorme. Facciamo i conti con gli orientamenti poco lungimiranti di 40 anni fa. Nucleare a parte – ed è stata una scelta ideologica – si vede bene che a salvarsi sono i Paesi più autonomi. Quelli del Nord, con l’idroelettrico e l’eolico. O la Francia col nucleare».
Confindustria paventa la peggiore crisi energetica che abbiamo vissuto?
«Vedremo, anche se non immagino un altro 1973. Rispetto ad allora c’è un sistema di approvigionamenti e relazioni internazionali che può scongiurare il ripetersi di una situazione altrettanto grave».
Si consuma molto di più.
«E aumenterà nei prossimi anni. In questo momento, tuttavia, non ci sono criticità per l’approvvigionamento, grazie anche ai nostri grandi gruppi, pubblici e privati. Si muovono bene. Gli stoccaggi Ue sono in media sotto del 30%; l’Italia è sopra il 44. Abbiamo ben differenziato il paniere e siamo più al sicuro».
Non abbiamo problema di quantità, sta dicendo. Ma di prezzo, sì.
«Il decreto bollette in fase di conversione aveva come scenario base il gas a 28-30 euro. Ora siamo quasi al doppio. È una tendenza che ha radici internazionali e che non possiamo governare. Quello che il governo fa, e ha fatto, è tentare di limitare i danni e correggere i meccanismi distorsivi nella determinazione dei prezzi».
Siamo all’intervento sugli Ets, i certificati che le aziende comprano per emettere CO2 oltre i limiti. Volete rivedere il meccanismo. La Commissione Ue è titubante.
«Non chiediamo l’eliminazione del sistema Ets. È un modello che può essere riformato, c’è pure l’impegno dell’Ue a farlo entro agosto. Il decreto invita a correggere il criterio che moltiplica per tre il costo del termoelettrico nel determinare la bolletta finale. Vuole sanare una distorsione».
Bruxelles lo ha capito?
«Siamo in continuo contatto con la Commissione per illustrare la bontà della proposta. Basta leggere l’art. 6. È chiaro. Non smantella; riequilibra».
Il decreto benzina scade l’8 aprile. E poi?
«Osserviamo l’andamento del greggio. Bisogna vedere gli effetti, fare una previsione di durata e il conto degli oneri, capire cosa conviene. Se devo mettere dei miliardi che poi riprendo sotto forma di imposta, non raggiungo l’obiettivo. Monitoriamo la situazione».
E le bollette? Basta il decreto che state convertendo?
«È un primo intervento di riduzione. Se poi si trova un punto di convergenza con l’Ue, o in caso di necessità, potrebbe essercene un secondo».
Siete stati accusati di aiutare più i cittadini che il sistema produttivo.
«Non è così. Il grosso della strategia è per le imprese. Il decreto prevede una riduzione del prezzo dell’energia per le aziende di 17,5 euro a megawattora che, riferito a prezzo di emanazione, rappresentava il 15% in meno. Naturalmente, potrà essere di più con la sterilizzazione degli effetti degli Ets. La direzione è questa. Siamo con le imprese che sostengono la crescita».
Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto, rivela che c’è chi vuol chiudere delle linee produttive per risparmiare energia. Che fate?
«Col decreto bollette avremmo un prezzo ancora alto, ma che ci permetterà di non distanziarci dalla Germania. Il riferimento sono i tedeschi, non Spagna e Francia, che vanno con nucleare e fotovoltaico. Non abbiamo l’Andalusia, ma tanti comitati contro. Quattromila energivore hanno già listini di favore, una quota di energia a 65 euro a megawattora».
Cosa dice a chi denuncia la Trump Tax?
«Che sono europeo e ho sempre preferito l’Europa». —
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