La Fondazione Mico è pubblica o privata? La Consulta deciderà chi coprirà i debiti
L'incertezza sulla natura giuridica di Fondazione Milano-Cortina blocca le inchieste per corruzione e rinvia alla Corte Costituzionale la questione. Se il deficit non rientra, pagheranno i soci pubblici

Ente di diritto privato, e dunque insensibile ai rigidi controlli della Corte dei conti, con maggiori libertà nella spesa, ma anche nelle assunzioni e nella gestione degli appalti.
Oppure soggetto di diritto pubblico, sottoposto alla costante e meticolosa attenzione dei giudici contabili; costretto a muoversi entro gli schemi inflessibili che sono garanzia di trasparenza per la pubblica amministrazione. Soprattutto, non più protetto dallo scudo penale che ha messo nel congelatore le inchieste per corruzione e turbativa d’asta.
È l’incertezza della natura di Fondazione Milano-Cortina. Ente di diritto privato, secondo il governo, che così l’ha qualificata l’11 giugno del 2024 con un decreto legge, poi trasformato in legge. Soggetto di diritto pubblico, secondo la procura di Milano e la gip Patrizia Nobile, che, nell’ambito dell’inchiesta per l’assegnazione degli appalti e le gare per i servizi digitali dell’Olimpiade, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale. Punto sul quale, a Giochi conclusi, la Consulta sarà chiamata a esprimersi il 23 giugno. E non sarà un verdetto di pura giurisprudenza, ma un pronunciamento dai possibili risvolti sui piani penale ed economico.
Il primo, per esempio: le accuse di turbativa d’asta; null’altro di una scelta libera e legittima, entro il recinto dell’ente di diritto privato. E poi la corruzione, con profili di interpretabilità dalla rigidità ben differente, a seconda della natura dell’ente.
C’è dell’altro. Perché la definizione come ente di diritto privato ha consentito a MiCo maggiore libertà nelle assunzioni – le carte parlano di 11,4 milioni di euro solo di spese relative al personale –, nella sottoscrizione dei contratti di sponsorizzazione e marketing. E il deficit si nasconde con più facilità dietro la giustificazione del rischio di impresa.
Un deficit che qui c’è eccome. A sei zeri: un buco – queste, almeno, sono le previsioni – di 310 milioni di euro, per un ente che, pubblico o privato che sia, evidentemente non è riuscito a mantenere le aspettative del “costo zero” per l’evento, grazie a sponsorizzazioni, vendite dei biglietti e concessioni delle licenze.
E allora, se la questione non rientrerà entro il prossimo 31 dicembre, a mettere i soldi – a coprire il buco, in sostanza – saranno i soci di fondazione: Stato, Regioni Veneto e Lombardia, Province di Trento e Bolzano, Comuni di Cortina e Milano. Ciascuno responsabile per una quota, determinata alla sottoscrizione dell’Host City Contract. Anche perché, rispondendo a una sollecitazione del nostro giornale, Cio lo ha già detto a chiare lettere: «Abbiamo già contribuito ben oltre il pattuito». E quindi, no, il Comitato Olimpico Internazionale non ha intenzione di mettere ulteriori soldi.
Questi dovranno essere messi dai soci: enti pubblici chiamati a iniettare denaro pubblico in un ente che, al momento, è governato dalle norme del diritto privato. E risiede qui l’ulteriore nodo della questione. Nell’escamotage – sostenuto dalla gip milanese – adottato per svincolare MiCo dalla rigidità obbligata dal pubblico, accompagnato dall’individuazione della forma della fondazione, nel tentativo di aggirare il divieto di soccorso finanziario, che limita il travaso di fondi pubblici in un ente privato. Appuntamento al 23 giugno, quando potrebbe iniziare il secondo tempo di questi Giochi olimpici.
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