Energia e rincari, Tabarelli (Nomisma): «I tetti ai prezzi non bastano, servono nucleare e invasi nel Nordest»
L'esperto analizza i costi per le imprese e propone la riapertura del dibattito sulle infrastrutture idriche e la raffinazione: «Serve pragmatismo»

«I tetti ai prezzi sono una soluzione valida, persino necessaria per il breve periodo, ma non sostenibile per più di qualche mese. Considerato che sul fronte energetico le crisi si susseguono, occorrono interventi di sistema, dall’apertura al nucleare alla riapertura delle dighe del Nordest, compreso il Vajont». Così Davide Tabarelli, professore all’Università di Bologna e presidente di Nomisma Energia.
Professore, i tetti ai prezzi dei carburanti e gli interventi sulle bollette sono una scelta obbligata? Quanto è sostenibile questa impostazione per le aziende?
«In una situazione di crisi, le pressioni sulla politica sono fortissime e certe decisioni diventano inevitabili. L'introduzione di tetti o tagli rappresenta l’unica strada praticabile nell’immediato, ma nel lungo termine non è una misura sostenibile. L’esperienza francese - con il tetto ai carburanti e i tagli in bolletta - dimostra che queste scelte hanno costi elevati. In questa fase di rialzi le compagnie contano su margini più alti, ma la situazione per i conti delle aziende resta sostenibile solo a fronte di una crisi di breve durata».
La questione dei carburanti è legata anche al deficit di raffinazione in Europa. È un ambito su cui occorre intervenire?
«Assolutamente, ed è uno dei temi più interessanti sia per l’Europa sia per gli Stati Uniti, oltre che per parti dell’Asia. L’industria della raffinazione è un settore maturo, spesso trascurato o considerato obsoleto. Nel mondo occidentale e nelle democrazie avanzate molte raffinerie sono state chiuse, complice un calo della domanda interno e il trasferimento della produzione altrove. A ciò si aggiungono le normative ambientali europee, particolarmente stringenti, che hanno aggravato questo deficit. Ora che ci troviamo di fronte a criticità evidenti, ci si chiede come agire. Se la crisi dovesse rientrare a breve si tenderebbe a tornare alla situazione precedente, ma una carenza strutturale di capacità era già presente. Come occidente proiettato su finanza, tecnologia e intelligenza artificiale, abbiamo trascurato le infrastrutture tradizionali: tubazioni, grandi impianti ed economie di scala. L'energia e i derivati del petrolio restano tuttavia indispensabili, ed è fondamentale riaprire una riflessione sugli investimenti nel settore».
Quali sono i rischi per gli azionisti delle aziende petrolifere e le ricadute per i consumatori?
«I consumatori sono i principali beneficiari nell’immediato, ma questi interventi rischiano di generare assuefazione: quando gli sconti rientrano, nascono polemiche. Per gli azionisti la questione va valutata nel lungo periodo. Nel breve si tratta di un costo significativo non sostenibile oltre tre o quattro mesi, come dimostra il caso TotalEnergies in Francia. Nel lungo termine, però, tali misure aiutano a consolidare quote di mercato e rapporti con istituzioni e clienti. Senza dimenticare i margini rilevanti realizzati nella fase di estrazione a monte, che compensano in parte i tagli».
Cambiare fornitore o monitorare le offerte aiuta davvero a risparmiare?
«Certamente. Il risparmio è concreto, ma richiede attenzione. Sui carburanti la trasparenza è alta e la concorrenza sulla rete è forte, rendendo semplice individuare il distributore più conveniente. Per elettricità e gas la struttura delle bollette è più complessa, ma con i comparatori ufficiali e un'attenta valutazione delle offerte si ottengono risparmi significativi».
Il tessuto manifatturiero del Nordest rischia un impatto sproporzionato?
«L'intero comparto manifatturiero italiano sta affrontando una fase complessa. La speranza è che non si verifichino ulteriori impennate dei prezzi o criticità di approvvigionamento in inverno. L'Italia ha già affrontato picchi estremi nel 2022 e 2023. La differenza oggi sta nell’assenza degli aiuti di Stato straordinari su bollette e accise. Sebbene le direttive europee concedano flessibilità sui margini di spesa, tali risorse sono destinate a interventi strutturali e alla transizione, non al taglio diretto delle bollette».
Quali misure strutturali andrebbero adottate in via prioritaria?
«Occorre un approccio pragmatico e una maggiore diversificazione delle fonti. In aree strategiche per la produzione industriale, come il Nordest, è fondamentale garantire continuità e sicurezza negli approvvigionamenti. Oltre a continuare il sostegno alle fonti rinnovabili, è necessario guardare all’idroelettrico, che rappresenta storicamente una risorsa chiave per il Paese, valutando anche il potenziamento della capacità complessiva e la realizzazione di nuove infrastrutture idriche e dighe. So che la cosa potrà sollevare alcune polemiche, ma credo sia il momento di considerare seriamente anche la riapertura del Vajont. Inoltre, è opportuno riaprire il dibattito sul nucleare come soluzione di lungo termine e mantenere un mix energetico diversificato ed equilibrato».
Riproduzione riservata © il Nord Est








