«Ecco come il cervello resiste all’invecchiamento cognitivo»
La ricerca del team della Sissa diretta da Raffaella Rumiati dimostra quanto attività e stimoli possono rallentare il declino

C’è una domanda che Raffaella Rumiati, direttrice del Laboratorio di Neuroscienze e Società della Sissa, sente risuonare spesso fuori dai corridoi della ricerca: perché alcune persone invecchiano meglio di altre? Una domanda antica, ma oggi ha risposte sempre più precise. E alcune arrivano da Trieste.
Rumiati coordina alla Sissa le attività di Age-it, il più grande programma nazionale sull’invecchiamento finanziato dal Pnrr, che dal 2023 riunisce 27 enti e circa 350 ricercatori. Con lei lavorano le ricercatrici Bianca Monachesi, Elisabetta Pisanu, Silvia Fornaro e Stefania Lucia. «L’Italia è stabilmente tra i paesi più anziani al mondo, insieme al Giappone», dice. «Questo la rende un contesto unico per studiare non solo le criticità dell’invecchiamento, ma anche le sue opportunità. Perché vivere più a lungo non è necessariamente un problema: dipende da come lo facciamo». Age-it studia non solo la vecchiaia, ma l’intero arco della vita. «L’invecchiamento non inizia a settant’anni», spiega Rumiati. «È il risultato di tutto ciò che succede prima. Le esperienze, l’istruzione, il lavoro, le relazioni sociali: tutto contribuisce a costruire traiettorie diverse».
Al centro del lavoro del suo laboratorio c’è la riserva cognitiva: la capacità del sistema cognitivo di adattarsi, compensare e riorganizzarsi di fronte ai cambiamenti legati all’età o alla patologia. Si costruisce attraverso attività con tre caratteristiche – impegno cognitivo reale, varietà, continuità – e attraversa la nostra intera biografia: l’istruzione, la complessità del lavoro svolto, ma anche attività come lettura, studio delle lingue, musica e la qualità delle relazioni sociali. «Non è un capitale fisso», dice Rumiati. «È dinamica e modificabile lungo tutto l’arco della vita». Quando iniziare? «Sempre».
Quanto conti lo dimostra uno studio realizzato con l’Università di Padova e pubblicato nel 2025 su Aging Clinical and Experimental Research, che ha coinvolto 117 persone anziane seguite attraverso tre valutazioni neuropsicologiche nell’arco di alcuni anni. Chi aveva alta riserva cognitiva manteneva una traiettoria più stabile nel tempo. Il dato più significativo riguarda chi aveva ricevuto una diagnosi di disturbo neurocognitivo maggiore: anche tra loro, alta riserva significava assenza di accelerazione del declino. «La riserva non elimina la patologia», precisa Rumiati, «ma consente al cervello di adottare strategie più efficienti o compensatorie. Quando però il sistema non riesce più a compensare, il declino può diventare più rapido». In concreto: anni in più di autonomia nelle attività quotidiane complesse, dalla gestione del denaro alle relazioni sociali, anche in presenza di una patologia già diagnosticata.
La ricerca aggiunge un tassello meno atteso. La letteratura neuroscientifica documenta con l’età l’emergere del cosiddetto positivity effect: gli anziani tendono a ricordare meglio le informazioni positive rispetto alle negative. Rumiati lo collega alla riserva cognitiva: chi mantiene un buon controllo cognitivo regola meglio anche le emozioni. La riserva protegge così non solo le prestazioni misurabili, ma anche le strategie adattive di regolazione emotiva.
A gennaio, un’aula piena di over 65 alla Sissa ha ascoltato questi risultati in prima persona – erano i partecipanti stessi alla ricerca, invitati per un incontro di restituzione che il laboratorio considera parte integrante del lavoro scientifico.
Age-it si avvicina ora alla conclusione. Restano infrastrutture di ricerca, dati, reti, competenze interdisciplinari. A rischio la continuità dei finanziamenti e il passaggio più difficile: trasformare la conoscenza in interventi strutturali in sanità e politiche pubbliche. «Questi progetti funzionano molto bene nel generare conoscenza», dice Rumiati, «ma il passaggio successivo richiede continuità e coordinamento istituzionale». Si lavora a trasformare Age-it in un istituto sull’invecchiamento con assetto di fondazione: rendere stabile ciò che è ancora legato a un programma a termine. Una scommessa, in un paese che di futuro demografico ne ha meno degli altri – e proprio per questo ne ha più bisogno. —
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