«La Croazia ora è libera dalle mine». Ci sono voluti 31 anni e 208 vittime
L’annuncio del ministro Božinović in occasione della bonifica dell’ultimo ordigno nell’area della Lika. Zagabria calcola 1,2 miliardi spesi per rimuoverne 107 mila: lavoro iniziato alla fine della guerra

In un mondo dove il triste elenco di nuovi e vecchi conflitti si allunga paurosamente, giorno dopo giorno, spesso ci si dimentica dei costi nascosti di una guerra. Per comprenderli, basterebbe però rivolgere lo sguardo ai Balcani. Dove sono serviti più di tre decenni per sminare completamente un Paese della regione. Si tratta della Croazia, dove le autorità hanno potuto finalmente annunciare, a 31 anni dalla fine della guerra degli anni Novanta, che la nazione è stata “ripulita”, dopo un’azione ardua ed estremamente pericolosa.
«La Croazia è libera dalle mine» antiuomo e da altri ordigni pericolosi risalenti al conflitto nell’ex Jugoslavia, ha informato il ministro degli Interni, Davor Božinović, dopo la rimozione dell’ultima mina nell’area della Lika, sulle montagne che sovrastano la Dalmazia.
Si è trattato dell’ultima bonifica di una lunghissima serie. Le operazioni di sminamento, iniziate subito dopo la guerra, sono state infatti difficili e piene di insidie. E soprattutto effettuate in tempi lunghissimi. Il risultato è stata comunque la rimozione di «107 mila mine e 407 mila parti di ordigni inesplosi», il calcolo del ministro, che ha lodato il fatto che Zagabria è riuscita a «soddisfare un obbligo morale verso le vittime delle mine e le loro famiglie» e a rispettare pienamente la «convenzione di Ottawa» sulle mine antipersona.
Le vittime in Croazia sono state tante in questi 31 anni: 208 persone, tra cui 41 sminatori. Almeno dodici sono i morti ricordati da un monumento eretto nel villaggio croato di Mošćenica, non lontano da Sisak, dove fino a qualche anno fa la Ulica kralja Tomislava veniva chiamata con terrore «la via della morte», perché attraversava campi minati. Il monumento ricorda i residenti deceduti «per raggiungere i propri terreni o per fare legna», saltando sulle mine che infestavano i boschi e i campi vicino al paesino, ha ricordato un abitante del posto, Nenad Gavranović, alle telecamere della Tv pubblica Hrt.
Hrt ha dato parola anche agli eroi della guerra alle mine, gli sminatori. «Abbiamo iniziato avendo in dotazione solo un’asta» per tastare l’area da sminare e «ogni giorno ripulivamo 70 metri quadrati di terreno», ha rievocato la sminatrice in pensione, Nada Ušurić. Memorie che ora saranno archiviate, assieme ai cartelli «Oprez, mine» (attenti alle mine), assai comuni in ampie parti della Croazia, solo due decenni fa.
Oggi invece «una Croazia senza mine significa famiglie più sicure, sviluppo e maggior prosperità per le aree rurali e turismo più forte», ha potuto dichiarare Božinović. Per arrivare all’obiettivo sono stati investiti circa 1,2 miliardi di euro, le stime di Zagabria sul costo delle operazioni di bonifica.
Ma le buone notizie finiscono qui. Nella vicina Bosnia, teatro del capitolo più sanguinoso delle guerre jugoslave, il lavoro è ancora lungo, con circa l’1,6% del territorio nazionale considerato potenzialmente pericoloso. Dalla fine della guerra, secondo dati del Centro bosniaco per lo sminamento, sono state rese inoffensive quasi 80 mila mine antiuomo e 9 mila ordigni anticarro, ripulendo più di 3 mila chilometri quadrati di terreno. Nel frattempo, tuttavia, i morti sono stati oltre 500, i feriti più di 1.200. E con fondi dall’estero sempre meno generosi, l’obiettivo “mine-free” potrebbe essere raggiunto tra molti anni. Meno problematica sarebbe la situazione in Kosovo, con “soli” 10 chilometri quadrati ancora a rischio mine e la presenza di altri tipi di ordigni. —
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