Cosa diceva il «teorema Calogero» e perché ancora oggi fa discutere, in relazione al terrorismo rosso

La morte dell’ex magistrato riapre una vecchia, decisiva pagina di storia, quella degli Anni di piombo. L’assunto: «Un unico vertice dirige il terrorismo in Italia, un’unica organizzazione lega Brigate Rosse e gruppi armati dell’Autonomia». Lo scontro con Palombarini

Francesco JoriFrancesco Jori
Il sostituto procuratore Pietro Calogero nell'ambito dell'operazione Digos su Autonomia Operaia a Padova il 16 aprile 1979
Il sostituto procuratore Pietro Calogero nell'ambito dell'operazione Digos su Autonomia Operaia a Padova il 16 aprile 1979

 

Sabato 7 aprile 1979. Alle 10 un aereo non di linea atterra al Marco Polo di Tessera; ne scendono una cinquantina di ufficiali della ex-Digos agli ordini di un vicequestore. Salgono su due pullman, destinazione Padova. Neanche un’ora dopo la città è presidiata da uno schieramento di mezzi blindati. E’ l’inizio di una massiccia operazione che porta ad eseguire 21 ordini di cattura, 70 ordini di comparizione, e un centinaio di perquisizioni domiciliari nel mondo della sinistra extraparlamentare.

A firmarli è Pietro Calogero, sostituto procuratore. Classe 1939, originario di Pace del Mele nel Messinese, figlio di un padre siciliano e di una madre vietnamita, si laurea in Giurisprudenza a Messina, ed entra in magistratura dal 1967; inizia il percorso come sostituto procuratore a Treviso, per poi passare a Padova. Fa fronte a inchieste scottanti, specie quella legata alla strage di piazza Fontana, coinvolgendo ambienti neofascisti facenti capo a Franco Freda.

Il sostituto procuratore Pietro Calogero che coordinò l'inchiesta
Il sostituto procuratore Pietro Calogero che coordinò l'inchiesta

Già dal 1977 Calogero lavora sull’opposto versante, indagando su una catena di violenze di cui la città è teatro: dalle gambizzazioni di Ezio Riondato, docente universitario e presidente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Antonio Garzotto, giornalista, Giampaolo Mercanzin, direttore dell’Opera universitaria; ai brutali pestaggi dei professori dell’ateneo Oddone Longo e Guido Petter. Il tutto scandito da “notti dei fuochi” ed altri episodi di guerriglia urbana in vari luoghi della città.

 

Toni Negri, che fu arrestato e condannato
Toni Negri, che fu arrestato e condannato

Il 7 aprile 1979 il magistrato chiude il cerchio emettendo ordini di cattura nei confronti di leader di primo piano legati alla sinistra extraparlamentare: Toni Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Lanfranco Pace, Emilio Vesce. L’ipotesi accusatoria dell’inchiesta è che una serie di episodi terroristici (incluso il sequestro e omicidio di Aldo Moro) siano opera di più gruppi e sigle (Brigate Rosse e Autonomia Operaia in testa) ma tra loro coordinati, con un’unica strategia eversiva, avente l’obbiettivo dell’insurrezione contro lo Stato, e diretta da un unico vertice.

Il teorema

Un corteo di Potere Operaio guidato da Toni Negri (a destra)
Un corteo di Potere Operaio guidato da Toni Negri (a destra)

Le accuse principali sono di formazione e partecipazione a banda armata, insurrezione armata contro lo Stato, attentati, omicidi. E’ quello che viene subito ribattezzato “teorema Calogero”, e che spacca in due la sinistra: mentre il Pci difende a spada tratta il magistrato, le formazioni alla sua sinistra ma anche rilevanti forze dell’area socialista ne contestano l’operato. Sui muri della città compaiono scritte in cui si mette alla gogna “Kalogero”.

Lo scontro con Palombarini

E’ l’avvio di una lunghissima vicenda che vedrà opposto Calogero a un altro magistrato padovano, Giovanni Palombarini, giudice istruttore: il quale contesta l’impianto accusatorio del collega. Calogero ribadisce il proprio schema in un’intervista a “Panorama”, sostenendo che “un unico vertice dirige il terrorismo in Italia, un’unica organizzazione lega Brigate Rosse e gruppi armati dell’Autonomia, un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato”.

Un momento del processo
Un momento del processo

Palombarini replicherà altrettanto nettamente: “Una lettura appropriata dei documenti sequestrati, la prova testimoniale, le dichiarazioni degli imputati pentiti, mi inducevano a pensare che un unico partito armato protagonista del terrorismo non fosse configurabile, che Potere Operaio non fosse stata una banda amata, che lo stesso si dovesse dire di un’inesistente organizzazione unitaria Autonomia Operaia”.

E’ morto Pietro Calogero, il pm simbolo degli anni di piombo
La redazione
Il pubblico ministero Pietro Calogero

Il magistrato citava al riguardo le sentenze della corte d’assise di Padova e la corte d’assise d’appello di Roma (che assolse con formula piena gli imputati dall’accusa di insurrezione). Tutte pronunce “esplicite nell’escludere l’esistenza di un unico partito armato, e nel negare la configurazione di banda armata sia per Potere Operaio che per un’unitaria Autonomia organizzata”. Dei dodici principali leader della sinistra extraparlamentare imputati, sette sono stati assolti, cinque (tra cui Toni Negri) condannati a pene inferiori a quelle richieste; non è stata dimostrata alcuna contiguità degli inquisiti con le Brigate Rosse e il sequestro Moro; una serie di indagati sono stati assolti per insufficienza di prove o con formula piena.

La pensione nel 2015

Quanto a Calogero, nel 2009 è stato nominato procuratore generale della Corte d’Appello a Venezia; incarico che ha ricoperto fino all’ottobre 2015, quando è andato in pensione. Da allora, ha mantenuto un profilo di grande riserbo, come del resto anche durante il suo intero percorso giudiziario: nulla è mai filtrato sulla sua vita privata, che ha sempre tenuto al riparo dalle cronache. Rifuggiva dalle interviste, non frequentava salotti, non spendeva mai neppure una parola in pubblico sulle sue indagini.

I racconti dell’epoca riferiscono che lo si vedeva spesso girare a piedi tra il centro storico e il Portello; anni dopo, un ex barista raccontò che un giorno la mattina presto era entrato nel suo locale, ordinando un caffè e rimanendo a lungo in silenzio, guardandosi attorno; uscendo, buttò lì, “qui passa più politica che in consiglio comunale”. In tribunale arrivava prima degli altri, a piedi e senza scorta; lavorava a porte chiuse, usciva tardi. I colleghi lo chiamavano “il muratore” per il suo metodo di lavoro: costruzione lenta e rigorosa, accumulo di dati, visione d’insieme prima di agire. Solitario e metodico, tale è rimasto fino all’ultimo: se ne è andato in punta di piedi, alla vigilia di quel 7 aprile di 47 anni fa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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