L’ex sovrintendente della Fenice Chiarot: «Stop a Venezi, vittoria della città»
Cristiano Chiarot è stato per otto anni a capo del teatro: «L’unico epilogo possibile, il futuro è di speranza. La Maestra era stata collocata lì dalla politica: Brugnaro stesso ha ammesso che era stata imposta da Roma». E sul futuro del sovrintendente: «Deciderà il nuovo sindaco»

«Se l’intenzione fosse stata quella di far dirigere a Venezi un’opera, nessuno le avrebbe detto di no. Ma il direttore musicale di uno dei teatri internazionali più importanti al mondo: questo, no».
Solo questione di curriculum?
«Non è residuale. È questione di esperienza, di gavetta. Un riconoscimento come quello che le era stato attribuito si ottiene dirigendo, girando i teatri. E Beatrice Venezi, prima del ruolo alla Fenice, non era mai stata direttrice musicale in nessun teatro».
Non c’è prudenza nelle parole di Cristiano Chiarot, a sua volta dal 2010 al 2018 sovrintendente della Fenice. Risponde di ritorno da Milano, Teatro Alla Scala. «Anche lì, dopo la recita, gli orchestrali hanno avuto un moto di soddisfazione, come al Maggio di Firenze. A festeggiare sono stati gli orchestrali di tutta Italia».
Si attende un passo indietro da parte di Colabianchi?
«Quando è arrivato alla Fenice, nessuno ha avuto nulla da ridire. Però l’errore che ha commesso è molto grave. Sono felice se ne sia reso conto. In ogni caso, tra meno di un mese ci saranno le elezioni. Credo che una riflessione sia doverosa, poi sarà il prossimo sindaco a decidere. Io intanto mi godo il momento».
Sette lunghi mesi di battaglia senza indugi: La Fenice ne esce più forte?
«Tutta Venezia ne esce più forte, insieme al suo teatro. Perché, anche con i pochi abitanti che le sono rimasti, ha dimostrato che, quando si muove per reagire alle ingiustizie, vince».
Uno contro tutti: doveva bastare questo, a Colabianchi, per fargli capire che stava sbagliando?
«Sì. Finalmente se n’è accorto, dopo queste ennesime parole di offesa per il teatro e per la città. Alla fine, ha preso l’unica strada possibile, verso il giusto epilogo di un rapporto mai nato. A volerlo erano orchestrali, coristi, tecnici, dipendenti del teatro, cittadini: tutti contro una nomina solo politica, non artistica».

Quindi, possiamo dirlo: Venezi, direttrice collocata lì dalla politica?
«È stato il sindaco Luigi Brugnaro ad ammettere che gli era stata imposta, ad ammettere di avere ricevuto pressioni da Roma. Dopodiché, comprendo i tentativi per difendere la scelta. Ma era una scelta indifendibile».
Si parla della politica, ma non solo. Tra i detrattori di Venezi c’è chi sostiene che sia stata aiutata dalla sua bellezza, mentre i suoi sostenitori ritengono che proprio questa sia stata in realtà un ostacolo...
«La mia risposta non cambia: questo tipo di riconoscimenti si conquistano soltanto con il lavoro».
Senza l’uscita sul nepotismo, Venezi sarebbe ancora al suo posto?
«Questo non lo posso sapere. Certo è che, di fronte a un’uscita di quel genere, così offensiva per il teatro e la città, non c’erano soluzioni differenti da quella che è stata adottata».
Ora cosa farà Venezi?
«È famosa, la chiameranno. O forse no. Sinceramente, mi interessa poco».
E quale futuro, invece, per La Fenice?
«Un futuro di speranza».
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