Biennale, rottura con Buttafuoco. Il ministro Giuli oggi resta a Roma
L’esponente del governo diserta l’attesa inaugurazione del Padiglione centrale rinnovato. Non si smorzano le tensioni con il presidente della Biennale Buttafuoco sulla riapertura dello spazio espositivo della Russia

Mercoledì 18 marzo l’incendio al padiglione della Serbia, giovedì 19 la cenere di un rapporto “bruciato”. Ai Giardini della Biennale, dove è in programma l’inaugurazione del Padiglione Centrale rinnovato, va in scena la rappresentazione plastica delle difficoltà con cui sta nascendo l’edizione più difficile dell’Esposizione internazionale d’arte.
L’appuntamento a mezzogiorno doveva essere quello della verità a proposito del rapporto tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, divisi dalla riapertura del padiglione della Russia, Paese assente per due edizioni dell’Esposizione (più la Mostra di Architettura dell’anno scorso). Ma così come aveva fatto martedì 10 marzo quando nel “suo” ministero si presentava il Padiglione Italia - e lui si era palesato soltanto in video per ribadire la contrarietà del governo al ritorno della Russia - Giuli non ci sarà.
Una nota del ministero, diffusa mercoledì poco prima delle 19, ha cancellato ogni dubbio. «All’inaugurazione del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia, riqualificato grazie ai finanziamenti stanziati dal ministero della Cultura nell’ambito del Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari (Pnc) al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr)», si legge, «parteciperà il vice capo di Gabinetto, Valerio Sarcone, in rappresentanza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli».
La frattura a questo punto è insanabile. E non poteva essere che così, dopo una settimana in cui il ministro Giuli ha, nell’ordine, ribadito pubblicamente la posizione contraria del governo; chiesto (invano) alla rappresentante del ministero di dimettersi dal Cda della Fondazione Biennale; e infine disposto l’acquisizione di tutti i documenti relativi alla riapertura del padiglione russo, avviando sugli stessi un’indagine che punta a individuare eventuali violazioni delle sanzioni in vigore dal 2022 nei confronti della Russia. L’epilogo di questa vicenda a questo punto è tutto da scrivere e non si può escludere che sia dei più traumatici, considerando perfino l’ipotesi - fin qui rimasta marginale - di un commissariamento della Fondazione, qualora dovessero emergere irregolarità che però la Biennale esclude in modo convinto.
La cerimonia di giovedì 19 torna a essere un appuntamento quasi ordinario. Intorno a Buttafuoco ci saranno solo “amici”, intendendo quelli che nei giorni scorsi si sono schierati apertamente a sostegno della sua linea: Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale (sarà invece assente il successore Alberto Stefani) e il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Sono invitati - ma la loro presenza non è certa - gli ex ministri della Cultura Giovanna Melandri, Dario Franceschini e Gennaro Sangiuliano, ai quali la passerella potrebbe costare una richiesta di presa di posizione sulla delicata faccenda.
Lo sa bene il sovrintendente della Fenice, Nicola Colabianchi, che mercoledì se l’è cavata con un dribbling: «Sicuramente l’arte dovrebbe essere indipendente dalla politica, però le situazioni vanno valutate per quelle che sono, perché ci sono equilibri politici importanti che sono messi in discussione, non è facile prendere una posizione perché l’argomento è molto spinoso». E quanto siano delicati lo si è capito anche dalle reazioni alla visita privata fatta l’altro ieri da Buttafuoco al presidente del Senato Ignazio La Russa. Un incontro che secondo alcuni sarebbe servito al presidente della Biennale per chiedere una mediazione con il governo.
Luca Pirondini, capogruppo del M5S al Senato, ne ha chiesto conto: «La situazione ha raggiunto un punto intollerabile», ha detto. «Chiediamo a Giuli e Buttafuoco di riferire in Parlamento cosa sta avvenendo e fino a che punto il governo intenda spingere il proprio intervento su un’istituzione che dovrebbe restare autonoma».
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